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sabato, ottobre 23
OSSERVAZIONI SUL “TRIBUNALE MONDIALE SULL’IRAQ”
Di Fulvio Grimaldi
Anzittutto va notato il titolo dell’iniziativa. Differentemente da precedenti tribunali a cui si dice di rifarsi, nel titolo non si specifica l’oggetto, se non “Iraq”, comprensivo di tutto e del contrario di tutto. Ricordiamoci che il tribunale dell’International Action Center si intitolava “sui crimini di guerra contro la Jugoslavia” e quindi non dava adito a dubbi circa l’oggetto del procedere. Analogamente il Tribunale Russell denunciava, seppure in maniera politicamente più vaga, i crimini di guerra statunitensi in Vietnam. Un titolo come quello adottato fa sospettare che si vogliano processare sullo stesso piano i crimini degli invasori-occupanti e “i crimini” dei precedenti governi iracheni, appiattendosi in tal modo sui meccanismi e contenuti di propaganda e diffamazione messi in atto dall’imperialismo e dai suoi media. Come quando qualcuno che conosciamo scrive di “contropulizia etnica in Kosovo”, o qualche Remondino si riferisce al “despota” Milosevic.
Si specifica nel sottotitolo che il “World Tribunal on Iraq” (dei cui referenti e responsabili internazionali nulla ci viene detto), intende organizzare una “Sessione sul ruolo e la responsabilità dell’informazione durante la guerra e l’occupazione in Iraq”. E’ auspicabile che si dia un ulteriore, competente, informato e professionale contributo allo smascheramento della campagna di menzogne che hanno portato all’aggressione e che la stanno accompagnando. Resterebbe però esercizio vano qualora non si andasse oltre la denuncia delle menzogne e dei silenzi e si evidenziassero le responsabilità e gli obiettivi di sistema che producono disinformazione. Quando si dice che il “dovere delle fonti di raccontare la verità è in obbligo morale, etico e una responsabilità civile, ci si astrae dalla valutazione fondamentale che è politica. Insomma, non ci sono editori disonesti e giornalisti bugiardi, c’è un sistema politico-economico-sociale capitalista ed imperialista che fisiologicamente produce un’informazione distorta per salvaguardare i propri interessi e giustificare i propri crimini.
La piattaforma diffusa afferma: “La nostra aspirazione non è quella di destabilizzare, attraverso una condanna fine a se stessa, il sistema dell’informazione, ma stimolare nei cittadini il proprio diritto alla verità…”
Chiunque si sia occupato del sistema dell’informazione ha ben chiara la necessità proprio di destabilizzare tale sistema attraverso la lotta primaria contro l’assetto politico-sociale-economico-culturale, cioè di potere, che lo produce e gestisce. Altrimenti ci si limita alla autoassolutoria scrittura di “lettere al direttore”, di cui conosciamo l’esito, la selezione e il peso.
Si parla di creare una rete di collaborazione tra “coloro che condividano i valori della pace, del rispetto della vita umana, della tutela dell’identità culturale dei popoli…” Noi crediamo che sia fondamentale e prioritario che si esalti il valore della resistenza dei popoli e delle classi contro occupanti, oppressori e sfruttatori, il che comporta la necessità primaria di imporre l’ascolto e la valorizzazione delle voci di questi popoli, di queste classi, di questi governi, aprioristicamente inascoltate, o definite false o ridicole.
Ritengo opportuno, insieme a molti altri che hanno ricevuto questo appello, che gli iniziatori del “Tribunale” chiariscano alcuni elementi imprescindibili, come posti sopra, e, in particolare, se il processo al “ruolo e alla responsabilità dell’informazione di guerra” si debba correttamente intendere come processo al sistema criminale di aggressione, guerra preventiva e permanente e al suo corollario del controllo assoluto e totale dell’informazione da parte di un potere imperialista e fascistizzante. Se questo comporti anche l’esame e la condanna delle campagne di diffamazione nei confronti di governi e popoli da aggredire, liquidare e assoggettare.
Alla luce di quanto sopra, suscitano interrogativi e perplessità, quanto meno in uno schieramento coerentemente antimperialista, la presenza della Fondazione Basso, di molte organizzazioni intimamente legate alla Tavola della Pace e a un’impostazione che non scioglie assolutamente i nodi delle mistificazioni imperialiste, dal “terrorismo”, alla “resistenza armata”, alle satanizzazioni degli oppositori (Pax Christi, Peacelink, Lilliput, Donne in Nero, Legambiente).
Degli accademici e dei giornalisti elencati come aderenti, non trovo in verità nomi che si siano distinti nella denuncia e nella mobilitazione dei crimini, di informazione o di guerra, contro i palestinesi, gli jugoslavi, gli iracheni, i cubani. Anzi, vi appaiono persone dalla professionalità del tutto dubbia e dalle attività da definire al meglio ambigue, come Roberto Di Nunzio, fondatore e direttore di un’organizzazione virtualmente inesistente, denominata “Reporter Associati”, noto falsario ripetutamente smascherato, virulento ripetitore delle peggiori invenzioni propagandistiche sioniste-statunitensi. Molti altri nominativi appartengono a tutto fuorché a uno schieramento che si sia battuto per un’informazione autenticamente libera e si trovano comodamente inseriti in strutture aziendali che appartengono a pieno titolo al più pervicace sistema di informazione velinara, bugiarda e selettiva. Chissà perché manca Mentana. Discorso del tutto analogo vale per gli esponenti politici, rappresentanti de “La Margherita” (partito accanito diffamatore di Hugo Chavez e dei palestinesi, disponibile alle guerre e occupazioni imperialiste), di “Verdi-Ulivo” (idem), Rete dei Movimenti (?), Movimento non Violento.
Tutto sommato, le premesse politiche del testo e la maggioranza delle adesioni non mi sembrano garantire per niente un’iniziativa nel senso auspicabile da chi pone al primo posto l’attenzione alla voce del “nemico”, la solidarietà con il suo diritto alla resistenza, la lotta contro un’informazione che rispecchia rigorosamente il dettato dei poteri politico-economici che la controllano. Dichiarare illegale la guerra e, di conseguenza, la relativa informazione padronale e subalterna, non è oggi il massimo, l’ha fatto anche Kofi Annan, noto notaio dell’impero. Insomma, il rischio è che da questa impresa “buonista” si esca fuori con una tardiva condanna dei presupposti ideologici ed economici della politica estera statunitense, attraverso l’analisi del Project for a New American Century e della dottrina della guerra preventiva, pronti a schierarsi con Kerry e con la continuità di un’espansionismo imperialista e terrorista statunitense-sionista che si presenti con fragranze di “multilateralismo”.
Infine, risulta curioso che tra le adesioni e le sollecitazioni ad aderire non figurino in minima parte coloro che in questo paese da anni si battono, pagandone prezzi pesanti e affrontando sabotaggi, boicottaggi, calunnie e difficoltà di ogni genere, per un’informazione alternativa, di contrasto, di verità, di impegno, quali radio libere, televisioni private, siti web, liste email, organi di stampa, mezzi audiovisivi, singoli giornalisti. Quale la spiegazione? Temiamo la risposta.
lunedì, ottobre 11
GRAZIE, GRAZIELLA E GRAZIE UN CORNO
brevi considerazioni su
DUE “EROINE”, DUE “SANTE”
UN TRIBUNALE SPECIALE CHIAMATO COLLEGIO DI GARANZIA
LA FUGA DI CURZIGLIARDI
MONDOCANE FUORILINEA
6/10/04
di
Fulvio Grimaldi
Due eroine, due sante
Solo e pensoso in più deserti campi, petrarchescamente formulo grazie e le affido al vento, magari una frizzante tramontana come quella degli euforici giorni pacifisti di fine settembre, perché giungano lontano, là dove rigoglia la civiltà assediata dal Mordor con la mezzaluna, a chi in questi deserti campi mi ha relegato perché vi si dissipino, insieme alle mie colpe, gli inutili rimasugli di una vita da reietto (termine, questo, sul quale a eterna gogna mi ha inchiodato il creativo Vender, membro della segreteria romana del cosiddetto PRC, appositamente addestrato nella Scuola delle Americhe ai più alti compiti di vindice dell’ortodossia contro devianti e apostati). Questo, mentre affiggo sopra il mio giaciglio di penitenza la lettera a “Liberazione” del bravo Renato Pierri, sottolineata in pagina dalla copertina di Time (“European Heroes”), il più amerikano dei giornali, dalla quale sul mio pagliericcio fluisce come un perdono l’abbagliante sorriso delle due. Dice Pierri: “Si può senz’altro affermare che un esempio di santità lo hanno dato le due volontarie italiane, Simona Pari e Simona Torretta…” Dopodichè Woytila, una specie di Carl Lewis delle santificazioni, non ha tardato un minuto…
Grazie a Simona Torretta e a Simona Pari che hanno saputo ricomporre in unità quel che vani capricci e indebite autoreferenzialità avevano diviso: il governo del genocidio iracheno con i frantumi di quel paese, i crociati della civiltà superiore con gli angustiati del mondo islamico, la spia occidentale a capo dei commandos della Croce Rossa con Bertinotti. Grazie a Simona e a Simona per aver modestamente e sensibilmente taciuto su qualsivoglia dato, fatto, dettaglio, motivo, percorso, trascorso, esito della loro lunga prigionia, onde risparmiarci retroattive sofferenze, traumi ex-post, tardive apprensioni. E grazie per averci offerto, con sapiente partecipazione, la commovente fiction di una liberazione coronata dal colpo di teatro della loro comparsa qual zampillo d’acqua nel deserto, con tanto di cappuccio nero rigorosamente ancora in testa (sennò che cazzo di liberazione sarebbe stata!), di fronte al forzaitaliaccio senza macchia e paura che eizensteinamente sapeva sgranare su di loro, proprio al momento giusto, i cerulei occhi attoniti ( il pubblico ha infatti ben capito di doversi meravigliare, chè non capita mica ogni giorno di passare per caso dalle parti di Nonsodove e incrociare due fanciulle rapite, incappucciate, scappucciate, sorridenti, con addirittura una telecamera pronta sul posto). E ancora grazie per averci risparmiato il turbamento di quello sconsiderato affronto alle premurose e salvifiche istituzioni con cui tre predecessori giapponesi, pacifisti e sequestrati anch’essi, avevano rifiutato l’ offerta governativa di rimpatrio su aereo e con quattrini ufficiali dello Stato, perché occupante quanto gli altri invasori e fucilatori e, anzi, erano rientrati a proprie spese e con aerei di linea e corriera; in Giappone, come sappiamo, dalla pubblica opinione hanno avuto quello che questi sfrontati, fondamentalisti della coerenza, si meritavano.
Grazie anche per aver espresso i voti e le preci di ognuno di noi, inginocchiandosi per lunga pezza ai piedi del papa, così permettendoci di sorvolare sulle innumerevoli istigazioni allo sterminio degli infedeli che i suoi vescovi e giornali vanno auspicando e promuovendo dallo squartamento della Jugoslavia in poi. Grazie, grazie per aver sorriso, riso, ridacchiato, sogghignato, brillando, rilucendo, sfavillando, per le nostre piazze e su tutti i nostri schermi, proseguendo l’intento e l’opera del lungo sequestro che era poi quello di farci dimenticare le urla scomposte e gli imbrattamenti di sangue di tutta quella materia umana che contemporaneamente veniva sbriciolata a Gaza, Falluja, Samarra e ovunque i vostri rapitori si presentano non mimetizzati e in uniformi ufficiali. Già, perché il grazie più grande, smisurato, vi è dovuto perché, consapevoli o ignare, avete riaffermato l’identità terrorista e islamica dei vostri rapitori senza volto e senza nome, senza luogo e senza tempo, liberandoci dall’agghiacciante, ma patologicamente dietrologico, sospetto che, visti i come, quando e perché di questo e di altri sequestri e ammazzamenti di amici degli iracheni veri, anche voi foste state rapite, programmate per la decapitazione, dai servizi segreti storicamente impegnati in queste cose. Teorici integralisti del complotto, avevamo subito pensato a Mossad e Cia (con il Sismi a portare il caffè), sotto il comando del fuehrer degli squadroni della morte latinoamericani, John Negroponte, arrivato per la bisogna: primo, di criminalizzare una resistenza di popolo vincente prima che il suo mandante Bush e i suoi sette nani sionisti andassero a bagno il 2 novembre elettorale; secondo, di seppellire sotto il sorriso delle Simone e le esultanze popolari le carogne e macerie disseminate per tutto l’Iraq e per mezza Palestina del camerata Sharon; terzo, di far sorgere dalle ceneri dell’iperesposizione di Osama un nuovo ammazzacristiani virtuale, Al Zarkawi (così salvando, dopo la patacca delle armi di distruzione di massa, almeno il legame Al Qaida-Iraq); quarto, di terrorizzare gli eventuali temerari che, come giornalisti, osservatori, cooperanti, amici, passanti-di-lì-per-caso, ancora intendessero aggirarsi per l’Iraq senza trasmettere le veline della canaglia Alaui e dei suoi padrini USA; and last but not least, di offrire al socio di minoranza nel PNAC, Berlusconi, l’occasione di un grande party dove tutti avrebbero potuto danzare e brindare nel nome delle Simone e dell’antiterrorismo e lui, il pupazzetto di Arcore, riemergere dalle polveri dei suoi patatrac, con le stampelle d’oro di ormai sacri e consacrati inciuci nazionalsolidali.
Infine, anche se tirate per i capelli, ma comunque coerenti, tante grazie alle ridenti ragazze per avere, seppure involontariamente, coperto con il loro dramma a lieto fine la sistematiche toppate dei nostri servizi segreti – peraltro abilissimi quando, nell’Iraq in corso di invasione, percorrevano gli abitati del paese per segnalare ai topgun dove piazzare i botti della democrazia in arrivo, onde meglio sfoltire il campo dalla presenza di esuberi umani intorno ai giacimenti di
petrolio – nonché quel misero rimedio della patacca di un’ambasciata italiana a Beirut che doveva saltare con un’autobomba, ovviamente islamica, laddove è situata in un amplissimo spazio pedonale dove una vettura ci arriva solo dopo essere stata infilata per intero nei metal detector di qualche centinaio di agenti. Coerentemente, l’infelice balordo islamico subito arrestato per tale sciagurato progetto è subitissimo morto in carcere. Per infarto. Grazie. E grazie, ora che ci penso, anche per aver rigorosamente e disciplinatamente taciuto su tutto e quindi anche sul riscatto. Un milione di dollari? Tre milioni e mezzo di dollari? Nessun dollaro? Tranquilli, qui lo dico e qui lo nego: ovvio che c’è stato il riscattone pagato, neanche controvoglia, dal contribuente italiano; solo che se lo sono spartiti tra di loro. Se rapitori e liberatori erano tutt’uno, come potrebbero non essere tutt’uno ufficiali pagatori e appuntati pagati? Grazie, grazie di cuore.
Abbiamo profuso grazie. Immaginiamo quante ne avrà profuse “Un Ponte per…”. Ma, sconvenienti e pure irritanti, ci sono rimasti in gola un paio di spinosi interrogativi. Perché nella sede del “Ponte per…” a Bagdad, organizzazione che so folta di persone perbene, veniva ospitata anche, non dico l’ICS, di cui, dopo la Jugoslavia, non fa neppure conto parlare, ma addirittura “Intersos”, venuta a celebrità recentemente per essere agenzia legata a corporation statunitensi di mercenari e che in proprio recluta killer di complemento da aizzare contro i nemici della civiltà occidentale? E, mi consenta, come si conciliava l’altruismo pacifista e cooperante dispiegato per i bambini iracheni mitragliati, nelle loro scuole bombardate, con la precedente funzione di Simona Pari alle dipendenze dirette di tale Marco Minniti, sottosegretario alla Difesa quando questa “Difesa” era impegnata alla morte nella morte della Jugoslavia e dei serbi e che ora implora la Nato di sostituire un po’ di angloamericani nelle stragi di bambini iracheni? E cosa mai vorrà dire quel termine “monitoraggio” che si dice Simona Pari abbia condotto nell’Afghanistan incenerito e occupato e nei Balcani stuprati e occupati? E’ solo una curiosità. Vorremmo poter dire grazie anche per quello, vedendole sorridere ancora. Inginocchiate davanti a Woytila. O a Scelli. O al governo. L’essenziale è che le due cooperanti siano libere. Libere come tutti noi. Libere di percepirci tutti – lo ha scritto qualcuno - come italiani e patrioti, senza classi, con guinzaglio o senza, con elicotteri da combattimento o bandiere arcobaleno; libere di omaggiare al tempo stesso i poveri musulmani e il governo di un pagliaccio liftato con la bandana; libere di non spiegare un cazzo a chi per loro ha trepidato settimane e settimane fino all’angoscia, fino alle lacrime, ma di avallare col loro silenzio tonnellate di menzogne. Libere di farci “capire che la guerra e il terrorismo ci portano diritti alla morte e che c’è sempre da scoprire e da affermare la terza via: vivere”. Lo ha scritto un lettore di “Liberazione” da L’Aquila e peggio per chi gli ha gridato dietro: scemo, scemo!
Un tribunale speciale chiamato “Collegio di garanzia”
Fatevi un po’ i cazzi miei. Vi ci invito, non per eccesso di ego e autoreferenzialità, ma perché si tratta di cazzate di grande valore emblematico e generale, etico, politico, culturale e, perbacco, sociale. Si può dire che l’eponimo di Segreteria del Partito della Rifondazione Comunista sia “Collegio Nazionale di Garanzia”. Questo organo ce l’hanno tutti i partiti di ascendenza stalinista e, forse, anche gli altri, non so, non li frequento, a parte PCI e PRC sono stato solo in Lotta Continua e lì quella cosa non c’era. Ma se al tempo del grande Giuseppe una castigamatti rapido e risolutivo di questo tipo era giustificato dall’assedio di provocatori, infiltrati, spie ed opportunisti attorno alla prima rivoluzione socialista del mondo, il Collegio Nazionale di Garanzia nelle mani di Fausto Bertinotti è strumento essenzialmente per disfarsi di rompicoglioni, eretici, renitenti, devianti, fuorilinea, più carini di lui, concorrenti, soprattutto comunisti. Questo Collegio, come ogni tribunale speciale che si rispetti e che, come tutti gli organi del suo genere, serve a rendere impunito e incriticabile il sovrano, ha anche le sue articolazioni locali, presidiate ovviamente da pretoriani più minuscoli, ma altrettanto subordinatamente simbiotici con il capo. Da questo organo, anzi, organetto, a giugno fui condannato a nove mesi di sospensione dal partito per aver: 1), “leso l’immagine del partito e del suo segretario” srotolando in pubblico uno striscione “Bertinot-in-my-name” (ganzo, eh?) e distribuendo in pubblico, rigorosamente a termini dell’art. 3 dello Statuto del PRC, un volantino che esprimeva poca fascinazione rispetto alla modifica unilaterale (cioè Bertinot-laterale) del simbolo del partito (modificabile solo dal congresso nazionale) e alle varie abiure che il segretario andava facendo di fronte a un ammirato uditorio turbocapitalista e elitar-borghese al fine di acchiappare qualche strapuntino di governo e sottogoverno; e, 2), per aver tratteggiato in una mia email a qualche amico due candidati alle recenti europee in modo – del tutto presunto – che, rispetto al palestinese Bassam Saleh, ne uscisse meno seducente l’immagine del Merkava non violento Luisa Morgantini. Che, peraltro, dopo aver straparlato di “fascismo serbo” nella Podgorica del mafioso Djukanovic, con nelle ampie narici ancora il lezzo di una Jugoslavia dalla Nato fatta carogna, oggi sta concentrando il suo attivismo sul fomentare “interventi umanitari” nel Darfur petrolifero, sobillato contro il resto del Sudan da un paio di milizie brigantesche al soldo della Cia, sul tipo dell’UCK kosovaro. La sentenza, perorata con particolare accanimento forcaiolo da un Franco Guerra, dell”Ernesto”, la mia area ideologica, fu di nove mesi di sospensione del partito, quanto bastava per togliermi dai piedi del prossimo Congresso Nazionale.
Prassi e compagni partecipi della vicenda, ma lasciati intonsi dall’Inquisizione romana, mi indussero a ricorrere all’organo supremo, quello che siede alla destra del Padre, il Collegio Nazionale. Fui processato – in assenza statutaria di difensore e in presenza statutaria di sette magistrati cumulanti, a dispetto del ministro verde-vomito Castelli, le funzioni di pubblico ministero, GIP, giuria e giudice – venerdì 24 settembre, giudicato nel pomeriggio dello stesso giorno e giustiziato, come suole, all’alba dell’indomani: non più nove, ma solo otto mesi di sospensione dal partito e neppure per tutte e due le imputazioni, solo per la prima, la lesa maestà, visto che in privato e su email potevo anche permettermi di dire che Luisa Morgantini, tra Jugoslavia, Palestina e Sudan, era suprema nell’arte di menar il can per l’aja. Otto mesi, di nuovo quanto basta per evitare che io, ed eventuali altri turbati e turbolenti dissidenti turbino il disciplinato svolgersi del Congresso previsto per i primi mesi del 2005 e che è stato deciso (naturalmente da nessuno se non dalla lesa maestà) debba incoronare sovrano Gennaro Migliore, costola del padrino futuro ministro e uomo che tutto vanta salvo un rapporto decente con il proprio cognome. Quando, a difesa, opposi che la mia immagine e quella di tutti i critici del monarca erano state lese non una, non cento, ma mille volte da diffamazioni, censure e repressioni nonché revisionismi indebiti che offendevano e negavano le ragioni dell’iscrizione mia e di tanti di noi al PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA, l’espressione attonita sul volto degli inquisitori-sentenziatori diceva semplicemente: ma che c’entra?
C’era da stupirsi. Ma Bertinotti non aveva proclamato con la massima enfasi possibile, in perfetta sintonia con i futuri partner di governo e sponsor atlantici, di stare con i dissidenti, di amare i dissidenti, di farsi fare a pezzi per i dissidenti, passando perfino sopra il fatto che fossero terroristi mercenari al soldo del moloch mondiale? E già, minchioni, quelli erano dissidenti cubani, nobilissimi intellettuali, sacrosanti oppositori, legittime minoranze, mica da confondere con la morbosa genìa di pseudodissidenti e autentici delinquenti italiani, giunti all’apostasia e allo sconvolgimento di ogni legge naturale con il criminale “Bertinot-in-my-name”! Comunque, dove non arriva il Tribunale Speciale (a proposito il verdetto di condanna è passato con 4 voti contro tre: onore a Francesco Ricci, Guido Cappelloni e Beatrice Giavazzi, depositari, in un angolino del partito, dell’ultimo po’ di dignità e giustizia), arriva di persona San Michele Arcangelo con la spada fiammeggiante e il portaocchiali. E sia liquidato, commissariato, defenestrato e ridotto a silenzio cimiteriale chi resta anche solo sbigottito di fronte ai suoi caprioleggianti svolazzi in direzione di troni e cherubini quali D’Alema, Amato, Fassino, Rutelli, Montezemolo e Dio Padre Kerry (o chi per lui); chi non si fa capace di un ritiro senza se e senza ma dall’Iraq che diventa intervento ONU (ossia Nato) tipo Afghanistan, Jugoslavia, Somalia, Libano, purchè i militari statunitensi si limitino davvero a “portare democrazia”; chi si adombra per come Bertinotti s’impegna a sostegno del paradigma bushiano guerra-terrorismo, cruciale per stabilire nella mente dell’opinione pubblica mondiale che la resistenza irachena e quella palestinese sono guidate da terroristi e che questi popoli sono diventati un “fronte della guerra mondiale contro il terrorismo”; chi non si fa capace di come alla terapia del dolore umano, con l’abolizione del cancro della proprietà privata, “l’innovatore” abbia pensato di sostituire la fuffa e la muffa dei “beni comuni”; chi arriva a sdegnarsi ancora di fronte all’onnipotenza di questo virgulto sinistro del presidenzialismo plebiscitato, se non della monarchia assoluta, che alla frequentazione dei circoli preferisce lo zompo da un teleshow all’altro come fanno le mosche con quello che voi sapete, ormai liberato da qualsivoglia vincolo di statuto, democrazia interna, meccanismi di controllo e processi decisionali, nonché da qualche residuo di buona educazione; chi manifesta sconcerto rispetto a un organo di “garanzia” umiliato e ridotto a catena di trasmissione delle epurazioni di questo Stalin in sedicesimo e in tweed; chi anche solo piange lo smarrimento, anzi la lucida liquidazione, di ogni elemento che seppure solo da lontananze stellari ricordi la teoria, la storia e il progetto del comunismo, a vantaggio di “innovazioni” e “movimenti” che hanno la freschezza dell’organza nei musei Biedermaier, ma che il nostro e i suoi sicofanti (di cui appresso) osano chiamare “comunismo”, a definitivo confondimento degli ingenui; infine chi, come il sottoscritto, considera idiozia intellettuale (sussunta infatti solo da scemotti dotati di indomabile spirito gregario) e crimine politico l’assolutizzazione della “non violenza”, nonchè il travisamento, come comanda Bush, in “terrorismo” di una resistenza dei popoli – con tutti i mezzi! – al planeticidio imperialista, bendandosi gli occhi con interi prosciutti per non vedere – e dover denunciare – le canaglie imperialiste e le loro manipolazioni terroristiche da Osama a Zarkawi, dagli “indipendentisti” infanticidi ceceni agli “eserciti di liberazione del Sudan”, dai narcotrafficanti secessionisti del Kosovo ai manutengoli della mafia di Miami e della Cia che si avventano sulla rivoluzione cubana. Sarà questo pure un periodo esorbitantemente lungo, ma, compagni, la lista delle nefandezze di questo leader e dei saprofiti che lo sorreggono richiederebbe quanto meno un “libro nero del bertinottismo”. Non è detto che qualcuno non lo scriva. Ci consola un fatto incontrovertibile: i segretari vanno, le masse, il loro bisogno di riscatto e la volontà di vittoria delle loro avanguardie restano. Fra otto mesi, Bertinotti al massimo si sarà fregato il gruppo parlamentare (per quello che fa!) con i suoi soldi. Resterà una voragine, grande come il nostro futuro comunista, tutta da riempire.
P.S. Una divertente curiosità. Il Collegio Nazionale, cosiddetto di Garanzia, prima ha emesso una sentenza, su nostra denuncia, che riconosceva l’illegittimità della modifica del simbolo del partito (con l’aggiunta di una mezzaluna rossa e la scritta “Sinistra europea”) fuori da un Congresso e imponeva alla segreteria nazionale di ripristinare il simbolo precedente (sentenza da Bertinotti prontamente appesa nei locali igienici della sede nazionale). Subito dopo, coerentemente, ha condannato me a 8 mesi di sospensione proprio per aver denunciato la modifica del simbolo. Chi è che parlava di “due pesi e due misure”?
PP.SS. Insieme alle tantissime espressioni di solidarietà giuntemi fin dalla prima decapitazione, c’è stata una partecipazione di altro tipo, che dovrebbe far colpo sul mandante dell’esecuzione. Ne cito un passaggio: “Mi congratulo con Fausto Bertinotti per la saggia decisione di sospendere dal PRC un soggetto paranoico-demenziale come Fulvio Grimaldi, già estimatore dello stragista Milosevic e oggi sostenitore del terrorismo iracheno. Il PRC non può e non deve avere alcuna commistione con chi solidarizza col massacratore dei Balcani e considera i terroristi saddamiti o di Al Qa’idah come dei “resistenti””…Firmato: Abu Ibrahim Kalim, del Consiglio Direttivo dell’Associazione Musulmana Italiana. Peccato che tutti, se non il destinatario, bambino prodigio della borghesia e ruota di scorta del suo prossimo governo, sanno che questa Associazione è null’altro che l’articolazione pseudoislamica del Mossad in Italia. Chiedere all’organizzazione ufficiale dei musulmani d’Italia: UCOOII.
La fuga di Curzigliardi
Accompagnati da un’autocelebrazione del tipo al quale nessuna coppia di direttori di giornali aveva mai neanche immaginato di degradarsi, con un quotidiano riquadro di oscenità eulogiche intitolato “Grazie a Sandro e Rina per ciò che han fatto”, Sandro Curzi, l’ometto della “ggente”, e Rina Gagliardi, l’epigrafista di Bertinotti in vita, hanno mollato e, dopo aver allevato quelle che lo stesso Curzi a me aveva definito ripetutamente “serpi in seno”, con particolare riferimento all’ossimoro politico (“ Rivoluzione in poltrona”) Salvatore Cannavò, astuto analista internazionale di una geopolitica diventata Processo di Biscardi, si sono lasciati alle spalle una catastrofe. Parafrasando Tacito, hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato “Liberazione”. Partiti da un riconoscimento non proprio euforico della qualità del tabloid, 12.000 copie al tempo in cui vi bazzicavano regolarmente Cremaschi, Ivan della Mea, Nichi Vendola, il sottoscritto e alcuni altri poi dimessi, hanno chiuso con un’altalena tra festivi e feriali dalle 3000 alle 6000 copie. Ma che vuol dire, se poi Roberto Nappi da Foggia non resiste all’impulso di dedicare al megatrombone in disarmo orchidee del tipo: “punto di riferimento sicuro di classe… il tuo impegno…il tuo idealismo… la tua coerenza (questa poi!)…continuerai a lottare per la nostra causa, la causa del comunismo con l’impegno di sempre” (il Comunismo si è spaventato a morte).
Sono andati avanti per giorni, addirittura, incuranti del cattivo gusto quando il più brutto quotidiano d’Italia era già passato nelle mani, sicuramente più dignitose, di Piero Sansonetti (durerà poco), imbrattando senza pudore pagine e pagine di elogi squinternati, “passione rivoluzionaria”, “espressione viva dei lavoratori, degli sfruttati, di coloro che lottano e resistono”, “centro di un’elaborazione culturale critica e antagonista” (nientemeno!), un “giornale che ha preso sul serio il nome che porta” (quando della sua proterva disposizione alla censura ordinata dal sovrano ho avuto esperienza diretta, cacciato senza spiegazioni, giustificazioni, repliche e art. 18, per aver scritto che i “dissidenti” cubani erano “al soldo di Mr. Casey”, come poi ampiamente documentato e ammesso). E’ il mio di pudore che mi impedisce di andare avanti in questa melassa, che culmina poi in un addio firmato del duo che pare l’epitaffio di Craxi a Garibaldi. Ma state sicuri che non solo missive del tipo idolatra sono giunte in direzione per salutare la coppia. Per esperienza diretta so bene con quale alto senso del pluralismo Curzi sapeva selezionare le lettere e aggiustare gli equilibri del pro e contro.
Quel giornale è stato rovinato dal servilismo, dal conformismo, dal controllo extraprofessionale esercitato in modo dispotico dall’ “editore di riferimento”. Non giornale di partito, ma giornale del segretario di partito, nel quale, chi era all’opposizione e magari aveva nel partito un seguito di quasi metà, doveva accontentarsi (e ahinoi si accontentava) di un due, tre percento dello spazio complessivo. Giornale che si offriva succube ripetitore ai peggiori paradigmi del capitalismo e del capitalismo imperialista e colonialista: diritti umani, democrazia, terrorismo, 11 settembre di Osama, dittatura di Milosevic, pulizia etnica e nazionalismo dei serbi, patrioti ceceni e massacratori russi, “dottoressa germe” e “dottoressa Antrace” per due delle più brave biologhe irachene, rivelatrici del genocidio all’uranio, e via scimmiottando da Cuba al Sudan, dal Congo a Chavez (prima che la brava Angela Nocioni imponesse un raddrizzamento), ulivo da uccidere, ulivo morto, ulivo da governo, centrosinistra unito, unità nazionale, via dall’Iraq ma dopo, anzi cessate il fuoco (alla lotta di liberazione!) e ONU, se non Nato, vista la “coalizione democratica” col “principio di maggioranza”. Giornale che sulle lotte operaie e sociali arrivava sempre il giorno dopo, anche perché Bertinotti altro aveva da fare che innescare lotte; che sulla tragedia e sulle lotte di Palestina diveniva sempre più neutro, “ansatico”, su tre bambini israeliani uccisi sempre più sdegnato, su trecento bambini palestinesi ammazzati sempre più succinto, che nell’Iraq vedeva, come Negroponte dettava, solo “caos” e “terrorismo”, poiché bertinottianamente “quella resistenza non meritava certo la R maiuscola”. Giornale infine che al “padre della patria” Francesco Cossiga, stragista e cospiratore, reo di alto tradimento, gladiatore e massone, offriva il ruolo di un maestro del pensiero che, dalle colonne del “quotidiano comunista”, poteva sparare i suoi insegnamenti su comunismo e non violenza, guerra e guerriglia, Stato e antistato, senza che un’ombra di decenza imponesse una pur piccola chiosa. In compenso, giornale che mi rifiutò l’ultima intervista a Slobodan Milosevic prima di essere imprigionato e venduto al tribunale degli amerikani; che, però, stese un tappeto rosso di compiaciuta benevolenza al criminale di guerra D’Alema, alla sua espressione scheletrica Fassino, che ridusse i miei reportage dall’Iraq sotto assalto angloamericano a sminuzzate letterine al direttore, ma ospita in brodo di giuggiole il falsario storico e sionista Paolo Mieli, peraltro definito “first-class journalist”. Giornale che si chiude sulla deprimente vicenda di Curzigliardi titolando “Un giornale di veri comunisti rispettosi delle opinioni altrui”, sopra la lettera di un dipendente, Ghennadi, che arriva ad attribuire ai fallimentari responsabili “il merito di rafforzare le nostre convinzioni con un linguaggio rispettoso delle diversità (sic)… Anche a voi si deve la crescita del PRC e per questo ve ne saremo per sempre grati”. Di quanto sono calati gli iscritti? E i lettori? Del cinquanta per cento, o giù di lì?
E infine l’ultimo editoriale della reggenza, firmato in prima pagina e in omaggio al neofita del woytilismo Don Fausto, da Tonino dell’Olio, coordinatore nazionale di Pax Christi: “Da sempre nella storia la nonviolenza è stata strumento povero degli oppressi (uno pensa ai vietnamiti, tra i milioni) e la guerra arma degli oppressori (uno ricorda la guerra di liberazione). Nella regola (S. Francesco) chiede infatti ai suoi fratelli: “amare quelli che ci perseguitano e ci riprendono e ci calunniano, poichè dice il Signore: Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano. Beati quelli che sono perseguitati per la giustizia, poiché di essi è il regno dei cieli”.
Con i quali concetti chi sulla violenza morale, psicologica e fisica ha costruito il regno della Terra, l’unico che c’è, ci ha fregato per millenni e per millenni e ha sostenuto e pervicacemente ristabilito il potere dei violenti e opprimenti. Noi preferiamo una semplice constatazione così formulatami dal generale “Pancho”, Francisco Gonzales, compagno del Che e di Fidel nella Sierra Maestra: “Noi siamo vivi perché siamo armati”. Puoi ghandizzarti quanto vuoi, puoi farti dettare l’interpretazione del mondo alternativamente da Occhetto, Wolfowitz e Luisa Morgantini, ma su questo, caro Fausto, non ci piove
martedì, settembre 14
Cari amici e compagni, vi arriva addosso questo nuovo mattone, ma consolatevi: per un po’ sarà l’ultimo. Mondocane verrà sospeso almeno fino alla fine d’ottobre, salvo assolute “emergenze”, perché devo finalmente impegnarmi nella confezione del nuovo video AMERICHE REAPARECIDE, che narra degli sviluppi antagonisti da Cuba all’Argentina, dal Brasile a, soprattutto, il Venezuela della Rivoluzione bolivariana. Da novembre girerà a presentare questo documentario. Chi fosse interessato, me lo faccia sapere. Ciao a tutti e Suerte! Fulvio.
“Caro Fausto Bertinotti…”
LETTERA APERTA AL SEGRETARIO DEL PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA
MONDOCANE FUORILINEA
13/9/04
di
Fulvio Grimaldi
Caro Fausto,
ti scrivo per invitarti a dimetterti da segretario del nostro partito per evidente incompatibilità con le sue ragioni fondanti e per decine di violazioni del nostro statuto e, in caso che non te ne convincessi, per assicurarti tutto il mio impegno – modesto, ma la penna, come sai, logora più del piccone – al tuo “impeachment”.
Il nostro rapporto è chiaramente diseguale e sbilanciato, come quello tra signore e plebeo: io blatero contro di te come quel cane solitario che senti latrare lontano nel buio, a volte un altro cane risponde, a volte diventa un piccolo coro, poi rimane di nuovo quel primo, solitario. Tu dormi, appena una piccola scossa di fastidio quando quelli sbraitano un po’ troppo forte, poi ci pensano il fattore, i braccianti, a ridurre al silenzio quel fastidio tra gli sterpi della tua campagna, basta un sasso ben mirato. Non ti sporchi le mani, tu.
Sonnecchi anche ora, mentre io mi accingo ad abbaiare con la stessa furia e frustrazione con cui il bassotto Nando, te lo ricordi? usa perennemente, perennemente invano, lanciarsi dietro ai piccioni. Quelli scattano, scagazzano su di noi, volano alti e Nando non ce la fa a mettergli neanche un pizzico di sale sulla coda. Allora cercherò di infilarmi tra i tendaggi del tuo baldacchino per provare, io, a metterti un po’di sale sulla coda, prima che ti riesca l’impresa dei piccioni. Di quel sale noi di Rifondazione ce ne trasciniamo dietro, accumulato negli anni, quanto ne portavano i barconi danubiani che da Salisburgo viaggiavano a solleticare i palati dei visir della Sublime Porta. Questo sale, però, non è per il tuo palato, è per la tua coda, che è lunga e paglierina.
Simona e gli altri
Di solito in un’ epistola come questa, in cui si ricostruisce una vicenda, si parte da lontano e si arriva vicino. Lo vogliono cronologia, logica e buone maniere. A me, però, oggi incombe un ineluttabile punto di partenza. Anche come architrave di quanto andrò abbaiandoti e ringhiandoti dietro. Conoscevo Simona Torretta, la ragazza sequestrata a Baghdad, ero con lei nel “Ponte per…”, fin dal suo primo viaggio nell’Iraq dei nostri sogni e del nostro appassionato amore, della nostra dannata diversità. Brava, Simona, gentile, vera e rispettosa di tutti. Anche quando, dopo anni di lavoro comune concretatosi in una serie di videodocumentari su Iraq e Jugoslavia, del “Ponte” non condividevo più, almeno parzialmente, tattiche, oggetto e strategie, non mi ha mai negato sorrisi, amicizia, comprensione (credo alla generosa buona fede di molti volontari, ma dubito dell’utilità di ONG pagate da governi che nello stesso posto mandano e pagano killer in uniforme, ho visto troppo millantato credito da parte di ONG, ho visto potenti ONG, come l’ICS in Jugoslavia, assumere in toto le balle propagandistiche degli aggressori; credo che vanno sostenute, magari con l’8 per mille sottratto ai preti, e controllate, la Croce Rossa Internazionale e le agenzie dell’ONU i cui interventi non sono pinzillacchere). Di Saddam e dell’assetto iracheno a Simona non ho mai sentito ripetere gli stereotipi della propaganda imperialista, a te tanto consueti. Gli iracheni preferiva ascoltarli. Non è da tutti. Chissà come rimarrebbe, ora, a vedersi reclutata da tanti, in tante formazioni. Tu, Fausto, te ne appropri inserendola d’ufficio nel movimento dei movimenti e tra coloro combattono la globalizzazione liberista, termine a te caro, ma ormai anacronistico e perlopiù edulcorante nei confronti del rullo compressore imperialista di cui Simona aveva nozione chiara. Carta, i Disobbedienti, i tuoi ex, si permettono la stessa ineducata operazione. Simona diventa una medaglietta da applicare su baveri spuri. L’indecenza l’ha centrata l’appello delle varie tavole della pace e simili quando ha affibiato a Simona il merito di “essere sempre stata al fianco delle vittime innocenti della dittatura di Saddam”, mica del genocidio da sanzioni, così incastrando l’inconsapevole ragazza nella lurida operazione imperialsionista di satanizzazione del nemico da distruggere: Simona, per sette lunghi anni e ancora oggi ha assistito le vittime del più criminale embargo e della più infame guerra radioattiva mai attuati nella storia, a suo rischio e pericolo. Al di là del rapimento di oggi, chiunque trascorra periodi prolungati in Iraq, e specie nel sud frequentato da Simona, ha incombenti gli effetti dell’uranio Non le è stato necessario “assistere le vittime della dittatura”, anche perché quelle se le sono inventate gli invasori, i sanzionatori, certi pacifisti e certe ONG alla ICS e tutte le fonti mediatiche guerrafondaie su cui plasmi le tue convinzioni sulla famigerata bushiana “spirale guerra-terrorismo”.
Sul giornale, sul quale regni con i fidati curzigliardi, hanno pubblicato qualche articolo diffuso da Simona quando da tempo a Baghdad imperversavano i cavalieri dell’Apocalisse, cui nulla sfugge e che ogni divergenza trucidano. Ne cito qualche riga: “Giorno per giorno, si stanno diffondendo sentimenti di malcontento e di totale sfiducia nei confronti delle forze occupanti, soprattutto verso gli americani. Baghdad non è più una città tranquilla e la gente continua a sentirsi insicura e soprattutto abbandonata. Sempre più spesso la gente ti dice: ‘Ci avevano promesso la libertà, ma dov’è questa libertà se non possiamo uscire di casa la sera e se dobbiamo stare attenti alle nostre famiglie…” Questo Simona diffondeva, a forte irritazione di Rumsfeld, il cane della guerra (chiedendo perdono ai cani), che invece proclamava gli splendori della “liberazione”: le scuole piene, gli ospedali funzionanti, il lavoro riavviato, la sicurezza assicurata. Quando Bush dei trionfi iracheni faceva il piedistallo sul quale ergersi nuovamente a imperatore del mondo.
Ecco perché gente come Simona, o come Baldoni, o come i due francesi, vanno tolti di mezzo da padrini e picciotti. E anche perché il maramaldeggiare del “terrorismo islamico” in tutto il mondo, dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Cecenia all’Indonesia, serve ora a stendere una cortina fumogena sulla sharonizzazione di Falluja e delle altre città resistenti, cancellate dalla faccia della Terra con dentro donne e bambini, neanche più “effetti collaterali”, solo esuberi iracheni. Mille in due settimane, dicono i medici che li raschiano dalle macerie. Urla su questo, Fausto, urla “terroristi”!
La “spirale guerra-terrorismo” e i suoi collateralismi: Jugoslavia, Cecenia, Sudan, Iraq, Palestina…
Ma poi, come già l’11 settembre, agitare il moloch terrorista serve alle guerre a bassa intensità, come quella disseminata in tutto il Caucaso all’ombra delle nuove basi USA, per sfasciare la Russia e assediare la Cina, e alle guerra ad alta intensità, come quella da Colin Powell – sempre lui, come con le “provette chimiche” di Saddam il 5 febbraio 2003 all’ONU – annunciata al Sudan, e agevolata da quella Cap Anapur e da quegli “eserciti di liberazione” nel Darfur, allestiti dagli imperialismi euro-statunitensi in gara, ma per te, come per i guerrafondai, vindici dei “diritti umani” e della “democrazia”. Del resto, ecco puntuale in Darfur, dopo la banda Cia di USAid, gli immancabili apripista di Medicins Sans Frontieres (quelli del proconsole Nato in Kosovo, Kouchner) e i “missionari” comboniani, nientepopodimeno che l ‘immenso ego di Luisa Morgantini, una donna in nero vergine di contaminazioni politiche e prepolitiche, ma pronta a scagliarsi come un Apache su ogni situazione “umanitaria” che prepari il terreno a stupri bellici, naturalmente umanitari. Nella Jugoslavia incenerita da fascisti kosovari, croati e internazionali è stata capace di andare, insieme alle sue “donne in nero” di Belgrado, sostenute da Gorge Soros, a cianciare di “fascismo serbo”. Madeleine Albright ancora la ricorda commossa. Dal Darfur torna con foto di bimbetti neri a lei in braccio, spappagallando sugli eccidi “responsabilità del governo sudanese”, tacendo su “eserciti di liberazione” e chi li paga, dimenticandosi quello che io come tanti altri inviati vediamo in Darfur da dieci anni: una spaventosa siccità e conseguente carestia che, quella sì, ha determinato l’esodo dei più colpiti che, peraltro stranamente, per un milione e mezzo sono andati in Sudan (paese che li decima?) e per diecimila in Chad. Ora è Colin Powell, che vuole sanzioni e “interventi umanitari”, ad applaudire la tua europarlamentare “indipendente”. Ma che te lo dico a fa’, Fausto, tu queste cose le sai benissimo, sei quasi un Uomo di Stato, fai finta di non saperle perchè hai le famose compatibilità. Sei come Procuste con quel suo letto in cui sbatteva i viandanti e li allungava e accorciava secondo la bisogna. Né i viandanti, né i compagni di Rifondazione si divertono, però.
Tu hai parlato e fatto parlare a profusione dell’Iraq, di Saddam, del terrorismo. Molto più di Simona e perfino di me, che di questo parlare faccio professione. Tanto quanto hai detto e fatto dire, che so, di Jugoslavia, Cecenia, Palestina. Hai voluto sbagliare sistematicamente, sempre. Non una volta hai saputo, voluto, sottrarti alla lobotomizzazione operata dalla guerra psicologica del capitalismo all’attacco. L’hai perpetuata, semmai avvolta in un batuffolo rosa col logo pacifista. Le compatibilità! Non sei mai stato a Grozny, nè hai frequentato le cabine elettorali cecene, né ti sei mischiato sui monti ai briganti di passo dell’estorsione e delle stragi eterocomandate da chi, a dispetto della maggioranza di quel popolo, voleva portarsi via un bel pezzo petrolifero di una Russia che stava mettendo alla porta i suoi fiduciari mafiosi. Potresti però informarti presso Manlio Dinucci (“il manifesto” 10/9/04), che la sa un po’ più lunga ed è più onesto delle tre scimmiette che hai a “Liberazione”, o addirittura presso tuoi lettori, come il giovane comunista Yassir (“Liberazione”, 10/9/04), che nella rubrica delle lettere riescono, al di là delle astute selezioni curzigliardane, a far lampeggiare qualche verità anticonformista. A proposito di Cecenia e dello scandaloso rovesciamento delle responsabilità che hai fatto sull’eccidio degli innocenti in Ossezia, come ci si trova a sbranare la Russia a partire dal Caucaso in compagnia, e perfetta consonanza, con il “Comitato Americano per la Pace in Cecenia” e i suoi membri neonazi (gli stessi dell’analogo comitato per il Kosovo!) Brzezinski, Alexander Haig, Richard Perle, Elliott Abrams, Michael Ledeen, James Woolsey (ex-capo Cia), e tutta la banda dell’estremismo evangelico-sionista che regna a Washington, più gli oligarchi mafiosi installati dagli USA e da Eltsin e ora liquidati da Putin e più, ahinoi, anche sostenitori della frantumazione delle nazioni e dell’etnicizzazione dei popoli, dal Kosovo alla Bosnia alla Cecenia a dappertutto, come l’inqualificabile tuo Antonio Moscato, i Dakli e Karol del multiforme “Manifesto”. Tipi così, comunque, hanno sempre diffuso il sospetto che il loro bilioso antislavismo-antirussismo fosse l’erede dell’infezione anti-sovietica, a sua volta maschera dietro alla quale celare il più viscerale anticomunismo.
Forse hai fatto una visitina in Palestina, non ricordo. Ma chissà se hai mai condiviso il tè o il giaciglio con quella famiglia di Gaza che sa dei suoi cari cancellati da Sharon a Sabra e Shatila, dove una madre si è dissanguata a un posto di blocco, dove fratelli sono stati inceneriti dall’assassinio mirato degli Apache, dove figli bimbetti sono stati fulminati in fronte dal tank Merkava, dove lo zio è stato scuoiato in prigione, dove la vita ha lo stesso orizzonte di Auschwitz (non fremere, Fausto, chiedi ai palestinesi, ma non farlo chiedere a Gennaro Migliore, non gli conviene avvicinarsi), dove una sorella cui è stato negato di essere, singola o comunità, si è fatta saltare tra coloro che, quanto meno, tacendo acconsentono. E non sei neppure stato nel campo di Bourj al Bourajne di Beirut, dove di queste cose si muore a distanza, specie quando vengono “negoziatori di Ginevra” per far smettere l’Intifada e farla finita con il diritto al ritorno. Né ti ho visto in Iraq, Fausto, a osservare senza pregiudizi quanti e quali diritti umani erano stati inventati dal nulla, dopo il baratro del sottosviluppo coloniale, e consolidati, quale benessere era stato diffuso sotto un cielo che, tutt’intorno non copriva che miserie, abusi, sopraffazioni, quale era il pensiero, il consenso, dei lavoratori, delle donne, del popolo alfabetizzato, accasato e curato come noialtri, quassù, nei paradisi delle tue “coalizioni democratiche” con Treu e Bersani, ormai ci sogniamo. Non ti ho visto per le strade di Saddam City, oggi Sadr City, una città satellite, tutta nuova, per i profughi dell’uranio dal Sud, ammirata da urbanisti e architetti del mondo, ma ridotta a slum da 13 anni delle più feroci sanzioni mai inflitte e mai tanto orgogliosamente resistite dalla gente e dai suoi dirigenti. Chissà se ti sei preso la briga di interrogare, non i venduti collaborazionisti di un sedicente Partito Comunista Iracheno, onorati più di tutti dagli occupanti, formidabile copertura a sinistra del genocidio coloniale, con i quali ti sei addirittura gemellato, bensì i comunisti che lottano e muoiono e vincono nella Resistenza.
Ingrao, resistenze e Resistenze
Quella Resistenza che né per te, né per Casini, né per Pera, nè per i tuoi soci “liberaldemocratici”, è degna di tanto nome. Quella Resistenza di cui un Ingrao, da sempre vacillante e oggi definitivamente compromesso dal tuo esibirlo sui peggiori stendardi, non ha capito un granchè in passato e nulla sa e capisce ora, per quanto pontifichi. Che, ottuagenario, abbia anche lui le sue compatibilità? Me lo ricordo Pietro, lo incontrai sulle scale della direzione del partito, circondato da corifei. Mi presentò a lui Curzi. Mi guardò in tralice, con occhio gelido, da questurino, chiedendosi “chi è questo? Mi conviene o non mi conviene?” Forse, correttamente, il cavalier Tentenna, quello dei tanti “armiamoci e partite” (vero, compagni del “Manifesto”?), di me sospettava. Permettimi, Fausto, una perla ingraiana da teatro dell’assurdo:”Una resistenza della nazione irachena aggredita c’è stata. Anche se poi non sappiamo chi guidasse questa resistenza crollata così rapidamente. Ma adesso sono solo massacri senza bandiere…” Davvero acuto il tuo santino, Fausto, appena reduce da Falluja… Basta vedere i resoconti militari giornalieri (quelli riconosciuti dagli stessi occupanti, ma accuratamente nascosti) per umiliare il bonzo di un PCI che non c’è più e di un PRC, partito che non è quello che voi due pensate: una media di 35 attacchi coordinati al giorno, di altissima efficienza militare da un capo all’altro del paese, contro le forze di occupazione e i loro collaborazionisti, per i quali reti, depositi d’armi, intelligence, santuari, organizzazione e sei milioni di cittadini in armi erano stati preparati molti anni fa. Come hanno dovuto ammettere a denti stretti gli stessi neonazi, i “massacratori senza bandiere” di Ingrao hanno liberato e controllano, ovviamente con la popolazione dalla loro parte, ormai quattro quinti del paese, costringendo gli occupanti nei loro fortini e a rigurgitare frustrazione e bombe.
Partigiani “terroristi”
Ma tu, che sei un espertone di resistenze ( lo confermano i tuoi contratti degli anni’80), hai il diritto di distribuire voti e condanne senza appello. Ti sovviene di aver già offeso i partigiani italiani quando ti permettesti di parlare di “resistenza angelizzata”? In quel tuo seminario sulla non innocente sciocchezza storico-biologico-politica della non violenza (esempio di unilateralismo alla Bush se mai ce n’è stato: non hai fatto partecipare neanche l’ombra di un contradditore), anche se poi, caprioleggiando come sai fare, hai tentato di rimediare parlando di “hic et nunc” per l’uso della forza, sei tornato a concederle una R maiuscola, rispetto alla r minuscola che spetta a quei terroristi di iracheni, grandioso esempio di strumentalità. Agli iracheni, se del tutto, solo una r minuscola perché quella resistenza “non contiene in sé la soluzione del problema”, diversamente da “quella italiana che ha sconfitto il fascismo e dato una costituzione repubblicana al paese”. Sei di un’arroganza affascinante, pari alla tua totale sconoscenza. Ma forse è questione di compatibilità. E non è la prima soluzione del primo problema liberarsi dell’occupante straniero e dei fascisti che vi collaborano? E non rivorrebbe il popolo iracheno la sua costituzione che era la più avanzata del Sud del mondo e che tu non hai mai letto? E pensavano forse tutti a una stessa soluzione del problema, una volta cacciati tedeschi e fascisti, le Brigate Garibaldi, Giustizia e libertà, i badogliani, i monarchici?
Quella resistenza che ha per perno i militari iracheni, baathisti, nazionalisti nasseriani, religiosi, di cui tu, con cipiglio di magistrato inquisitorio e sentenziatorio insieme, giudichi che “non intravvediamo ancora una prospettiva politica accettabile”. Ascoltando con un minimo di rispetto gli iracheni, ti sarebbe stata spiegata la differenza tra un popolo in armi, consapevole delle sue conquiste, della sua storia, della sua missione, organizzato per la bisogna fin da tanti anni prima dell’ultimo assalto imperialista, e i delinquenti fantocci, manovalanza di più alti criminali, che questa Resistenza, che commuove e muove il mondo perbene, hanno necessità improrogabile di inquinare, demonizzare, sottrarre alla solidarietà dei popoli che capiscono. Appunto con i rapimenti, le decapitazioni, gli attentati alle moschee e tra le folle. No, tu non interroghi, tu ripeti. Da anni ti gonfi d’indignazione, insieme ahimè anche a tanti tuoi oppositori interni, per lo sterminio dei curdi, il massacro dei comunisti: due falsificazioni imperialsioniste per la cui smentita basterebbe un clic su mille documenti, testimonianze, ammissioni desecretate. Non lo leggi il “New York Times”? Guarda un po’ il numero del 31 gennaio 04….
“Scontro di civiltà” alla Bertinotti
Stai certo che Simona quelle domande, per te, che la sai lunga, superflue, se le è poste e, probabilmente, anche Baldoni e, sicuramente, anche i due colleghi francesi, Chesnot e Malbrunot. E non avrebbero dovuto, giacchè tutti devono far proprio il paradigma dei neonazi di Washington e Tel Aviv: siamo in lotta mortale contro il terrorismo. E il terrorismo è islamico, o non è. Nessuno li avrebbe disturbati. Tu rifiuti a parole lo “scontro di civiltà”, inventato dai nuovi nazisti per rapinare, sottomettere e sfoltire il mondo, ma in concreto e implicitamente lo accetti e ribadisci. E’ islamico il terrorismo internazionale? Ce l’ha con l’Occidente (cui, bontà tua, attribuisci qualche manchevolezza)? C’è la “spirale guerra (degli occidentali)-terrorismo (dei musulmani)”? E allora ecco che c’è, nella tua martellante aporia, lo scontro di civiltà. Ma c’è anche più esplicita, come nel paginone con cui il tuo kibbutzaro a “Liberazione”, Guido Caldiron, per la maggiore felicità di Sharon e Bush, ha imbrattato il giornale. Ha intervistato Renzo Guolo, un islamofobo e teorizzatore dello scontro di civiltà se ce n’è uno, e fornendogli con le domande i trampolini idonei, lo ha assistito nello sputtanamento senza riserve della resistenza irachena e nella conferma dell’esistenza di quel “nemico globale, onnipresente, islamico” che la banda neonazi del PNAC aveva concepito in laboratorio per consentirsi la guerra preventiva e permanente che sotterra le libertà, ci ricaccia nell’orrore delle crociate cristiane, sbrana i popoli e uccide il pianeta. Caldiron è uno specialista, ma, come si sa da quando una tua strizzatina d’occhio è bastata perché il solerte maggiordomo pelato mi cacciasse dal giornale per aver detto una verità su Cuba, scomoda per i tuoi connubi con D’Alema, in quel giornale non si muove foglia che tu non voglia. E’ un coro senza neanche un po’ di controcanto. Sta a te come la libertà di stampa sta all’ammazzaaljazeera e ammazzagiornalisti scomodi Allaui. Suona ipocrito assai, a questo punto, strillare contro la guerra… Comunque, a quel paginone di Caldiron a Washington hanno cambiato la firma, ci hanno scritto sotto Dick Cheney, e lo danno in giro come volantino alle adunate neocon. Finchè voi, tu e i tuoi ripetitori nel giornale e negli alti strati del partito, non chiamerete il terrorismo, i sequestratori di Simona, i decapitatori, gli stragisti di civili, gli infanticidi dell’Ossezia, con il loro vero nome, voi, ve lo dico in tutta consapevolezza e con la morte nel cuore, di quelli vi farete complici. Hai invocato “che si faccia tutto, proprio tutto per salvare la vita delle due donne e di chi è stato rapito con loro!” Allora dai tu l’esempio: punta il dito contro chi queste cose le pratica da sempre, parla di Cia e di Mossad e del gangster loro tirapiedi Allaui, tira fuori gli elementi su cui sorvoli, inchioda i responsabili alle loro responsabilità, non avallarne gli inganni, attingi un minimo di sapienza geopolitica e storica da chi ce l’ha. Denuda il re e fallo denudare dai milioni nel mondo che aspettano solo una parola di verità per tirare giù dal piedistallo la banda degli assassini. Spiega al povero (?) Ingrao che, piuttosto di accusare i pacifisti di insufficiente impegno antiterrorista, si stropicci gli occhi e riconosca dove sta il terrorismo. Se no, non fa che arruolare confusi ingraiani sotto i vessilli a stelle e striscie, o con una stella in mezzo. Te lo permettono le compatibilità? Se te lo permettono, fa un grande favore alla pace e alla verità: smettila di ripetere le bugia dei bugiardoni sbugiardati, chiama Bush col nome del suo presunto antagonista e effettivo socio trentennale, Osama bin Laden, chiama Rumsfeld Al Zawahiri, da a Sharon il suo nome segreto, Al Zarkawi. Fatti istruire dai bolivariani di Chavez. Vuoi vedere che, se gli iracheni cacciano Aiad Allaui, se gli statunitensi cacciano Bush, i palestinesi riescono a togliere di mezzo Sharon, il “terrorismo islamico”, non dico che muore, visto che altri neonazi dal guscio del PNAC (Project for a New American Century) possono sempre rigurgitare, ma si addormenta per un bel po’? Vuoi vedere?
Bertinotti dei salotti e la geopolitica
Tu, Fausto, in tutti quei posti che dicevo non ci sei andato, ti abbiamo piuttosto visto frequentare altre visibilità, quelle per le quali qualche maleducato ha inventato il calembour “Bertinotti dei salotti”: Vespa, Costanzo, Premio Strega, Festival vari, un verminaio di falsari sotto il quale hai messo la tua firma di convalida. Non sei stato, né potevi, mica c’è bisogno di essere stato dappertutto per poter giudicare, mica un leader di tanta crucialità può essere messo a repentaglio tra gli uragani su Falluja. Meglio San Domingo, vero? Ma sei un uomo politico, un capo, da come ti si inneggia, oserei dire un capopopolo, anzi stai per diventare un uomo di Stato, dentro il progetto, e con alto gradimento, di altri illustri uomini di Stato: un Fassino che inneggia a Craxi, un D’Alema dell’Opus Dei, già famoso per inciuci e fallimenti sistematici e ora massimo protettore europeo della vandea fascista in Venezuela, un Amato che di quel Craxi era la lancia termica che apriva cassaforti, e non ha mai smesso, un papa col quale sei entrato in sintonia quando, schierato col fascismo croato, satanizzando i serbi, aggrediti e decimati, ma certo “ipernazionalisti” e “pulitori etnici” (lo dice quel tuo ex-responsabile internazionale che continua a imbarazzarci con le sue uscite, parlamentari e non; ma è una virtù di tutti i tuoi ministri degli esteri), spianava la strada alle “operazioni tempesta” e agli “interventi umanitari” della Nato. L’hai capita, a distanza di qualche anno, che dicendo buuuh alla guerra e, insieme, “Milosevic è il diavolo”, della guerra ti facevi salmeria e vivandiera? Così con Saddam, così con i Taleban, così con Putin, così con l’”Intifada fino alla vittoria”, tanto vituperata da quel tuo esperto che passa i giorni a fare a cazzotti col suo cognome.
E da uomo di Stato hai delle responsabilità. O piuttosto delle compatibilità? Briganti al soldo dell’imperialismo lanciano un’offensiva ai quattro angoli della Terra, sono gli stessi che, creati, addestrati e condotti per mano dalla Cia dal 1980 ad oggi, agevolarono la polverizzazione dell’Afghanistan renitente agli oleodotti USA. In Iraq squadroni della morte, come quelli che la Scuola delle Americhe e gli israeliani hanno addestrato, motivato, pagato e guidato per decenni in America Latina (o non vedi il parallelo, uomo di Stato?, o eri allora troppo impegnato a firmare, al fianco di Fassino “che ti conosce bene”, quei contratti che introdussero e accompagnarono l’arretramento strategico della classe operaia in Italia?), eliminano dalla scena tutti coloro che potrebbero mettere in dubbio la propaganda elettorale e imperiale dei neonazi di Washington (e questa verità i francesi la cantano chiara, e non solo loro, tutta la sinistra statunitense): giornalisti e umanitari autentici. Medicins sans frontieres, quelli del sovrintendente alla pulizia etnica antiserba, Kouchner, non dubitare, verranno lasciati indenni, così come Reporters sans frontieres, la cosca di mafiapagati da Miami che il tuo giornale esalta. Non viene risparmiato, invece, chi sbriciola la Disneyland disegnata dai carnefici intorno al mattatoio, non chi ha capito come eserciti islamici, al Zarkawi e al Zawahiri, non sono che marionette virtuali appese ai fili dei carnefici. Non Al Jazeera (a proposito, il tuo giornale s’è scordato di raccontarci che la più indipendente e onesta delle grandi televisioni è stata assaltata dai lanzichenecchi di Aiad Allaui, gli stessi del sequestro del “Ponte”, devastata e sigillata a tempo indeterminato. Forse perché la pratica della censura ai critici non vi è troppo aliena…).
In Cecenia tu e i tuoi balzate sopra quella che è forse la cosa più spaventosa commessa da Sabra e Shatila, dai falangisti su commissione di Israele allora, da terroristi su commissione turco-israelo-statunitense (gli oleodotti! Le raffinerie!) oggi, per allinearvi e coprirvi con la più falsa delle versioni: tutta colpa di Putin, anche se si è dovuti intervenire dopo che i “combattenti” (così “il manifesto”) avevano fatto saltare per aria due loro donne, trucidato qualche decina tra ostaggi e compari riluttanti, mitragliato bambini nudi in fuga. Certo, un vero uomo di Stato, un futuro ministro, o mandatario di ministri, che differenza c’è?, nel governo Rutelli-Prodi-Fassino-Amato-Mastella-Boselli, un perno della nuova Unità Nazionale anti-terrorismo, Unità Nazionale della menzogna Cia, Unità Nazionale del raggiro Mossad, avrebbe saputo risolvere tutto senza che a nessuno venisse torto un capello… In Indonesia… a Madrid….l’11 settembre… Loro fanno la guerra, tu fai la nonviolenza, entrambi consacrate il “terrorismo internazionale”, islamico, come nemico. Camminate mano in mano, Fausto, e tu sei troppo uomo di Stato per non saperlo. C’è unanimità totale, contro ogni evidenza tecnica e politica, tra te e coloro per i quali il “terrorismo islamico” è necessità di sopravvivenza assoluta, come c’è negli appelli, tuoi e di Berlusconi, al mondo musulmano, offensivi e fuorvianti, poichè quel mondo non c’entra per un piffero con il terrorismo se non per il sangue semita – di ogni provenienza - che a volte scorre nelle vene dei sicari assoldati sul posto. E anche di qualche mandante.
Compatibilità governative e tribunali speciali
Le compatibilità. Chiunque non avesse sulle spalle quel masso, davvero da Sisifo, delle compatibilità, ha saputo individuare tutti i segni necessari, dall’11 settembre in poi, dell’invenzione e confezione di un nemico universale, di civiltà, ubiquo e invisibile, collocabile ovunque fosse utile, attivabile quandunque se ne presentasse la necessità, che so, per far dimenticare brogli elettorali, risalire nei sondaggi, demonizzare governi potenzialmente rivali, o comunque non obbedienti, lanciare guerre di decimazione, acchiappare petrolio, espandere Israele, garantirsi un nuovo mandato, assistere vassalli vacillanti, intimidire e ridurre alla sottomissione e alla connivenza oppositori, eliminare libertà civili, introdurre fascismi, mettere quella paura esistenziale che ti fa pecorone. Ricordi l’11 settembre del Cile, e ricordi il Berlinguer del compromesso e della Nato? Cosa ve n’è venuto delle compatibilità? Cos’è questa vostra coazione a ripetere i suicidi? C’è determinazione, non c’è che dire. Una volta, in una insquallidita assemblea su “guerra e terrorismo”, che allestisti alle nove del mattino di un lunedì e che, di conseguenza non di gente e militanti era gonfia, ma astutamente solo di notabili e fiduciari, ero stato la variabile impazzita e ti avevo sciorinato quanto i più bravi controinformatori degli USA e del mondo avevano scoperto e provato su chi, come e perchè aveva sbattuto aerei contro le torri gemelle, chi le aveva poi fatte saltare seppellendo, solo allora, 3000 vite, chi aveva sparato un finto aereo e un autentico missile contro il Pentagono, chi aveva imbrigliato commissioni d’inchiesta, ti avevo invitato a ricordare che le stragi in Italia le faceva la cosca al potere, ti avevo pregato di leggere la pubblica documentazione su questi fatti, ti avevo ricordato altri piani di autosterminio pianificati da governi USA per mobilitare la gente a favore di guerre (Cuba!) e ti avevo sollecitato a collocare, da uomo di Stato, gli eventi e i giudizi sui fondamenti della storia. Poi avevi preso la parola tu. Ed è stato buffo. Dichiaratoti ammutolito dalle mie “fantasie”, e impegnatoti a neanche rispondere a queste ricostruzioni “arbitrarie”, dedicasti quasi l’intero intervento a confutare quanto io ti avevo (di)mostrato, modestissimo portavoce di un consenso su chi fa terrorismo che pervade tutto l’antagonismo politico degli USA, d’Europa e del Sud del mondo. Tanto ero poco degno di risposta, che anche nella successiva tua orazione al Comitato Politico Nazionale del partito, mi dedicasti un lungo brano concludendo che “no, non si può stare nello stesso partito con chi accusa l‘altro di tradimento”. Così sguinzagliando il tuo tribunale speciale. Ma non avevo mai parlato di tradimento. Avevo parlato di “collateralismo oggettivo” di chi assume il paradigma di quell’unico moloch, però a due teste, terrorismo e guerra, insistendo ossessivamente sulla famigerata “spirale guerra terrorismo”. I tuoi inquisitori romani mi hanno poi condannato, nello stolto silenzio dei tuoi oppositori, per “lesa immagine del partito e del suo segretario” (intendendo chiaramente, “per lesa maestà”). Tu, allora, a quanti anni di sospensione dovresti essere condannato per aver leso, forse, in modo irrimediabile, “l’immagine del partito”, dei suoi militanti, non solo, della storia del movimento operaio?
Amico di famiglia
Tutto iniziò quando ero al TG3, primi anni novanta. Cossutta ti aveva chiamato a governare il Partito della Rifondazione Comunista. Io, dagli anni ’70, non tenevo più tessera. Preferivo, nel centro di scambio RAI, dove anche il tuo Curzi si affannava a coprire caselle con tessere e se non ce l’avevi eri a chiappe scoperte, tenere solo quella di giornalista professionista. Però tutti sapevano che stavo con Rifondazione come, nel nostro piccolo, Federica Sciarelli, poverina, e Fabio Venditti, più qualche tecnico. Venne la scissione e si avvicinava la coda della mia vicenda Rai. C’incontrammo in vetta al corteo a Piazza Venezia e tu mi facesti un sacco di coccole: un giornalista, anche conosciuto e di manifeste simpatie di sinistra, appena nominato da sondaggi del “Venerdì di Repubblica” decimo personaggio più popolare della tv, va portato in palmo di mano, o no? Quella stessa sera mi iscrissi e fu un entusiasmo e un ingiovanilirsi da cielo sopra Caracas, come ai tempi di Lotta Continua e di “Burocrati e padroni, tutti vi impiccheremo…”
Non avevo capito che quelle canzoni ti facevano accapponare la pelle, e non solo per la “violenza”. Eri un grande affabulatore nelle cene che per qualche po’ abbiamo condiviso, certo vanitoso, addirittura sfrenatamente narciso, non ce n’era per nessuno, eravamo tutti co-celebranti, ma chi non perdonerebbe queste debolezze umane a uno che secerne carisma da ogni poro.
Guerra no, Milosevic mostro sì
Nella vicenda jugoslava è servito assai poco, anzi, che anche allora ti ergessi contro l’aggressione al “mostro che masticava cadaveri e cercava di allargare la sua tana ai Balcani tutti”, quando ripetevi, all’unisono con gli aggressori, che lì c’era in effetti un mostro che masticava cadaveri e voleva allargare la sua tana ai Balcani tutti. Avessi tu la coerenza, il coraggio e l’onestà di quel Milosevic, che confonde tutti i suoi scagnozzi all’Aja, ma di cui il tuo giornalino, avvedutamente, come della Serbia non parla più. Quando, tornato da svariati giri sotto e dopo le bombe da quel grande paese di pace e resistenza, sminuzzato, ti raccontavo altre verità su chi sbranava e chi veniva sbranato, e tanti altri lo facevano, l’aura di “gioiellino RAI” si dissipò rapidamente e iniziai a coprirmi di scaglie repellenti. Ti era più cara, e la facesti subito europarlamentare, Luisa Morgantini, non violenta e, soprattutto, fustigatrice, insieme a un gruppuscolo di signore belgradesi sostenute dal destabilizzatore imperiale George Soros, del “fascismo serbo”. E qui balza agli occhi una consuetudine a sbagliare indirizzo. Allora tu, il tuo giornale, i tuoi Disobbedienti vi infervoraste per la “democratica” radio di Belgrado B92 e, soprattutto, per un’organizzazione giovanilistica chiamata “Otpor”, che le cantava chiare al “dittatore”, dittatore di tante elezioni, di 20 partiti e solo due a suo favore, del 92% dei media in mano all’opposizione. Radio B92 era una radio della Cia, nel circuito europeo di Radio Liberty e Otpor era una banda di teppisti ben finanziati e organizzati dalla Cia, confessi, che doveva suscitare il marasma nella Jugoslavia stremata da embarghi e guerre di frantumazione. Allora portai le prove di quanto sopra, poi diffuse da tutti nel mondo, BBC, “Il Diario”, vantate da Washington. Non impedirono che il tuo vicedirettore Cannavò mi accusasse di essere pagato dal povero Slobodan Milosevic e che, nella giornata del putsch che ridusse a brandelli e a bordello la Jugoslavia, aprisse il giornale con il titolo “Belgrado ride”. Portai un dossier, poi confermato da altri insospettabili, punto per punto anche a te. Non successe nulla. Anzi, mi congedasti sospirando:”Sono cose che succedono in tutti i movimenti…”
Il comunismo “reinventato”
Lasciamo la sfera internazionale e veniamo al Fausto che “reinventa il comunismo”. Tanto lo reinventi da renderlo molto simile, al meglio, a ciò che si agitava in Europa nel primo Ottocento, al peggio, a “cose” tipo Occhetto. Solo per chiudere l ‘argomento: l’Iran è stato appena avvertito da Rumsfeld di prepararsi a una sorte tipo Iraq, lo schiavetto di Rumsfeld, Allaui, poco prima aveva fatto rapire dagli stessi sgherri di Simona il console iraniano. Giorni prima di questo evento Khamenei – un altro antimperialista che tu, Fausto, da filoWoityla incongruamente detesti perchè integralista – aveva condannato l’occupazione dell’Iraq. Poi aveva dichiarato che i rapimenti in corso sono un classico lavoro di statunitensi e israeliani. Cosa che nel mondo normale si ripetono anche i bambini e, in particolare, gran parte della tua base. Ma che cosa ne sa la base? Ma chi è questa base? Tu hai altro da fare che ascoltare le fanfaluche di una base che pretende di aver imparato abbastanza dall’imperialismo e dallo stragismo di Stato nel proprio paese per capire chi ciurla nel manico. Il tuo rapporto con la base, come conferma il drastico calo degli iscritti, l’immiserimento pianificato dei circoli e, di più, il per ora impotente e indistinto rumoreggiare tra coloro che ancora rimangono, si è sublimato nella proiezione europea, là dove ti aspetti che gli addomesticati rimasugli di ex-grandi partiti comunisti e di qualche conventicola di ecologisti e giardinieri nordici forniscano nuove gambe al tuo cammino di conquistatore. Magari in paciosa e nonviolenta armonia con i turbocapitalisti di un centrosinistra italico di cui la seconda parte del nome si è librata leggera verso azzurre lontananze.
Oggi tu comunichi con chi se lo merita, con chi legge i giornali della “grande borghesia” dei tuoi salotti, della confindustria del compagno Montezemolo, del generone romano e dei professionisti pseudoliberal alla Ezio Mauro. Del resto, non è stata la tua gagliarda esecutrice al giornale, dopo essersi fatta tappeto rosso a D’Alema e Fassino in coincidenza con la tua 123esima svolta, a onorare uno come Paolo Mieli del titolo di “first class journalist”? Non è stata la tua dama di compagnia a sostenere uno Stefano Folli – “a la guerre comme a la guerre” – contro l’estremista De Bortoli alla guida del Corrierone? Dimmi con chi vai… E dimmi pure chi ora ti applaude – Secolo d’Italia, Avvenire, Tempo, Il Foglio, Il Riformista, Libero, il Corriere della Sera, Marco Revelli, i vescovi, Aprile, D’Alema, Fassino…- e ti dirò chi sei. Li fai citare tutti con orgoglio e foto sul tuo tabloid. Del resto, non hai ribadito – Lenin si rivolta nella tomba – che faresti “un patto col diavolo”? Fausto, davvero vorrei capire cosa ti muove. Il potere, anzi, il dominio affascina, spesso induce a fare passi da sette leghe quando si hanno gambette da ometto (pensa a D’Alema), stare al governo, con chicchessia, anche con la classe di devastatori che parevi combattere, con tutto un popolo dietro, e che più che si manifesta marmaglia capitalista, compatibilissima con gli orrori imperialisti, è più ci inciuci. Stai perdendo pezzi, però, in questa corsa da sindrome di astinenza, ma, come con una certa protervia proclami, vai avanti.. Cosa hai in mente, oltre alla liquidazione del vero comunismo come unica chance di liberazione umana? Un nuovo partito, adombrato da quella Sinistra Europea costituita con un colpo di mano contro lo Statuto, che “reinventi” un comunismo che con coloro che l ‘hanno pensato e che alla parola hanno dato un significato irrinunciabile, non ha più niente a che fare?
BertiNot-in-my-name
Già lo Statuto. Mi hai fatto condannare da quel tribunale speciale romano per aver proclamato da uno striscione e da un volantino, con tanti altri compagni, rigorosamente ai termini dell’art.3 dello Statuto che consente la critica al segretario anche all’esteerno del partito, BertiNot-in-my-name.
BERTINOT-IN-MY-NAME contro la sepoltura “non solo fisica” di Marx, Lenin, tutti; contro una Sinistra Europea men che socialdemocratica (ma ben finanziata) che ci è piovuta addosso senza che neanche potessimo aprire l’ombrello; contro una non violenza becera, utile esclusivamente ai violenti dominatori e sfruttatori e che vorrebbe tirar via la stampelle della solidarietà a dominati e sfruttati ancora in piedi e in lotta, utile ad accreditarti agnellino presso i padroni.
BERTINOT-IN-MY-NAME per come hai voluto distruggere il comunismo eroico del ‘900 agli occhi e nel cuore di qualche miliardo di oppressi che ricordano benissimo il loro riscatto, il voto conquistato (quelle delle donne da noi nel ’48!), la liberazione nazionale, lo sciopero, la pensione, la scuola pubblica, la sanità, la scala mobile, la pace, il tempo, il futuro; per aver perciò eliminato, astuto escalationista, ogni riferimento al comunismo nell’iconografia dell’ultimo congresso.
BERTINOT-IN-MY-NAME per la pugnalata alle spalle a Cuba, isola di forza e di speranza, garanzia di vittoria, adottando la mistificazione imperialista dei terroristi mercenari promossi “intellettuali dissidenti”; per lo stravolgimento a uso imperialista di tutte le situazioni internazionali: dalla Palestina delle “pace” ginevrina, che tutto un popolo respinge perché nega frontiere, nega difesa, nega sovranità, nega dignità, nega il ricongiungimento con quattro milioni di sopravvissuti in esilio, alla Cecenia, dal Sudan da irachizzare allo Zimbabwe da punire per essersi liberato dei suoi feudatari bianchi.
BERTINOT-IN-MY-NAME per quel congresso di Rimini dal quale hai voluto espungere l’imperialismo, mai così vivo e feroce, la contraddizione capitale-lavoro, mai così incombente, il partito, mai così necessario, la storia del movimento operaio, eterno incubo di tutti i restauratori; per quello statuto di una “Sinistra Europea” nata da un golpe; per quelle tue 15 tesi scritte da un Boy Scout per il prossimo congresso che rischiano di trasformarti in un Alaui della borghesia italiana e noi tutti in insetti sbigottiti, alla maniera del povero Gregor Samsa che ricorderai dalla “Metamorfosi” di Kafka; per avere, con notevole cinismo, abdicato al partito e preteso la rappresentanza di un indistinto movimento, con dentro tutto e il suo contrario, che poi altro non era che l’identificazione totale con un movimento adolescenziale detto “Disobbedienti” (amici di ambiguità come Otpor e Marcos e sicuramente nemici del comunismo), emarginato dal resto del “movimento”, ma a cui hai regalato i tuoi immaturi germogli, salvo poi mandarli al diavolo in nome di D’Alema dopochè, anche loro cavalcando l’occasione, avevano raccattato un bel po’ di voti che Rifondazione aveva perduto grazie al connubio Patrizia Sentinelli-Rutelli.
BERTINOT-IN-MY-NAME per il sovrano disprezzo per la democrazia nel partito, per le tue improvvisazioni tattiche e le malefatte strategiche, perennemente piovute addosso a iscritti e militanti dagli organi che evidentemente consideri degni delle tue esternazioni: Repubblica, Corriere, Il Sole-24ore, Il Riformista, roba per la quale avresti dovuto essere deferito, non una, ma cento volte al Collegio Nazionale di Garanzia, organo stalinianamente utilizzato per la rimozione dei tuoi critici che, del resto, secondo Il Riformista, giornale dell’”uomo saggio D’Alema” (così chiami l’inciucista fallimentare, bombardiere della Jugoslavia, equivoco ambulante), tu definisci “sciacalli o cretini” (e ancora non ti aspettano con la scopa all’angolo della strada?).
BERTINOT-IN-MY-NAME per cosa hai fatto della prospettiva e speranza delle donne, mettendo loro a capo delle scatenate signore in carriera, tue replicanti, che nei confronti dei tuoi avversari masticano non-violenza come le jene masticano gazzelle; per cosa hai fatto dei nostri giovani, quei pochi che restano, permettendo all’organizzazione giovanile del partito l’inaudito sopruso bertinottiano di allestire una manifestazione-campeggio nazionale a inclusione di cani e porci e a esclusione di tutta la componente comunista critica; per come hai tirato sprangate sui denti a chiunque nel partito si permettesse di dissentire (senza essere mercenari, come i “dissidenti” di Cuba!), individuo o area organizzata, commissariando, allestendo colpi di mano, negando diritti istituzionali, attivando i tuoi uomini di mano, decimando a tutto spiano.
BERTINOT-IN-MY-NAME per il deserto di intelligenze che, classico autocrate, hai creato intorno a te, per aver fatto della personalizzazione al limite della mitologia il tuo meccanismo di dominio assoluto su un partito di sudditi, per aver composto intorno a te squadre di cortigiani, per aver ridicolizzato ruolo e funzione di un partito di compagni, per essere arrivato alla vergogna di scelte di assoluto opportunismo: immemore di Tiaziana Maiolo, Maria Fida Moro, Ersilia Salvato, Dacia Valent, hai proposto-imposto a funzioni parlamentari, non dico neppure Morgantini o Musacchio, ma un figuro come Livio Togni, domatore e seviziatore di animali, corruttore specista di bambini, il quale, oltre ad averti alienato la fiducia che il mondo ambientalista-animalista aveva posto nel partito, si è subito precipitato a votare con Berlusconi per la guerra e sta in parlamento solo per raccattare prebende a quell’associazione a delinquere contro creature che è l’Ente Circhi. Quello di Togni è uno scandalo che mi aveva tentato a stracciare la tessera. Poi mi sono detto: la stracci lui, questo partito è sicuramente più mio che di Togni o del suo sponsor.
BERTINOT-IN-MY-NAME perché hai coinvolto il partito in amministrazioni indecenti, come quella giubilare e devastatrice di Rutelli a Roma e in tante altre altrove; perché stai viaggiando, tra i rimbrotti di tuoi disorientati oppositori, verso una “coalizione democratica” di governo, nella quale varrà il principio di maggioranza anche se la maggioranza, con la guerra, snatura le ragioni stesse di esistenza del partito (e già hai lasciato perdere la guerra!); perché viaggi in parallelo con personaggi della rivincita borghese capitalista, dopo l’avventura del pagliaccio liftato con la bandana (cui ha regalato dignitosa credibilità sedendoti a tavola con lui, complice di terroristi, per discutere delle vittime del terrorismo), come il massacratore di jugoslavi D’Alema, come il furiere di Craxi Amato, come il pannellista Rutelli, come il vetero-democristiano di paese, Mastella, come lo spettro neo-occhettiano di “Fog”, Fassino.
Cosa nostra
BERTINOT-IN-MY-NAME perché sei come Adriano Sofri, uno che considerava la sua organizzazione una “coas sua”, garconniere da cui entrare e uscire a piacere, in cui portare saprofiti e agenti Cia, un’organizzazione per cui erano morti a decine, da liquidare e vendere al momento del passaggio nel campo opposto, quello d’origine; perché penso che tu sia arrivato nel 1993, incoronato da un inconsapevole (?) Cossutta, con un progetto già confezionato e che ora stai portando a compimento facendo capire a Montezemolo e all’eventuale John Kerry che sei diventato buono e bravo, diversamente da quei reperti che ancora si annidano nel tuo partito (non tra gli intuitivi tuoi seguaci del campeggio dei Giovani Comunisti: quelli già si sono liberati del peso antipoltrone della falce e del martello e già parlano come Comunione e Liberazione, come le Acli, come l’Azione Cattolica: confrontare temi e interventi).
BERTINOT-IN-MY-NAME perché io, noi, restiamo comunisti, non ci infiliamo nei salotti dove l’aria condizionata è di gas ipnotici e le bevande sono nettari dell’oblio; perché se tu dici, con l’abituale rispetto della democrazia interna: “Perdo pezzi, ma vado avanti”, questi pezzi, gli “sciacalli” e i “cretini”, è un bel pezzo che pensano di perdere un pezzetto residuale, ma ingombrante assai, che incredibilmente ancora fa il segretario di un partito.
Contro le liquidazioni
Il tuo comunismo da “reinventare” puzza alla grande di adrianosofrismo, di giulianoferrarismo, di sandrobondismo, di occhettismo. Non c’è niente da reinventare, anche perché davvero sei un nano, siamo tutti nani, rispetto a quelli che il comunismo l’hanno inventato davvero e provato unica via scientificamente possibile alla liberazione dell’umanità. Ma questo non è il problema che tu ti sei posto. Tu ti sei posto il problema delle compatibilità e ci hai usato per undici anni per questa bisogna. Molti di noi l’hanno sospettato da tempo, alcuni l’hanno capito perfettamente, ma pochi, quasi nessuno, te l’hanno saputo dire in faccia e hanno voluto dirtelo in faccia, costi quel che costi in delusioni, in lacrime, in censure e repressioni, a coloro che nel comunismo credevano e credono. Spiegandogli che quando si va con i padroni, quando si è abbracciati e applauditi dai padroni, quando si fa poco poco il padrone in casa propria, il comunista, no, non lo puoi fare. Neanche “reinventato”. Che tutti noi ci si faccia coraggio e si denunci apertamente quanto è nudo questo re. Non è più questione di brontolii difensivi, di compound chiusi. E’ questione che tutti insieme, aree, sensibilità, correnti, componenti, dobbiamo smascherare il tuo piano, il piano della liquidazione. Prima del congresso, se non vogliamo che il congresso schiacci una pietra sulla rinata pianta comunista. Sempre che il congresso tu lo faccia… E prima che tu ci liquidi, prima che ti porti via la compagine parlamentare con tutti i suoi soldi. E’ già successo.
Fausto, plasma pure la tua nuova congrega da “coalizione democratica a maggioranza” che lascerà i killer in uniforme in Iraq e dappertutto, sposa Luisa Morgantini, che di comunista non ha nulla, visto che con Casarini e D’Erme (che di comunista non avevano nulla) ti è andata male. Mollaci, “pezzi a perdere” che non siamo altro. Noi, se il destino degli uomini vuole, ripartiremo alla grande, magari da “sciacalli” e “cretini”, ma senza piombo nelle ali.
Ti saluto, Fulvio.
P.S. Leggo uno dei tuoi tanti imbarazzanti stilemi: “Agire la non violenza”. Vuoi uccidere la rifondazione comunista? Vuoi stroncare la lotta dei popoli e delle classi? Perlomeno non uccidere la grammatica italiana.
martedì, settembre 07
E’ LUNGO, AMICI, LO SO. MA VI PREGO DI ARRIVARE IN FONDO.
BALDONI, MALBRUNOT, CHESNOT, BOMBE ALLE MOSCHEE, DECAPITAZIONI, ORDIGNI TRA I CIVILI: COME RIBALTARE LE VITTORIE DELLA RESISTENZA E INCASTRARCI NELLO “SCONTRO DI CIVILTA’”
STAMPA SINISTRA E AMICI DEL GIAGUARO (da Rossanda a Barenghi, da Curzi al suo datore di lavoro)
UN KIBBUTZ A “LIBERAZIONE”: COME TI SVIO DAI CRIMINI SIONISTI. Il CASO DELLO STERMINIO EUGENETICO DEI SEFARDITI.
Mondocane fuorilinea
31/8/04
di
Fulvio Grimaldi
Baldoni, Malbrunot, Chesnot, bombe alle moschee…
O mythos deloi oti…”La favola insegna che…” era la chiosa fissa delle storie di Esopo. Dovrebbe essere la chiusura fissa delle fiabe raccontate dai media. Non tanto di quelli che gli statunitensi chiamano main stream, corrente principale, i giornali e le tv dei caporali, quanto quelli che si propongono come voci fuori dal coro, alternativi, a volte, con una certa improntitudine, “comunisti”. Perché la simpatica sorpresa viene proprio da questi, che da qualche tempo (anni?, decenni?) in qua, hanno saggiamente adottato il principio deontologico moderno della grande stampa organizzatrice del consenso e, dunque, della pace sociale e, quindi, della pace dell’anima e dei sensi: non usciamo dal seminato, adeguiamoci alla tendenza, assumiamo le basi del racconto del mondo come inventato e divulgato da chi è tanto più potente di noi, avalliamo tutte le balle possibili e immaginabili, non creiamo screzi e attriti, dubbi laceranti e prospettive impenetrabili. O mythos deloi oti che così riusciamo a vivere, convivere, per quanto possibile, felici e contenti. Senza che le varie squadre delle “operazioni coperte”, dalla Delta Force al Ros, da Stay Behind alle SAS britanniche, dal Mossad al suo Esercito Islamico si accorgano troppo di noi. E permettendoci, al limite, anche di fare i ministri nello stato di cose esistente.
Viene rapito e assassinato Enzo Baldoni? Alle veline umanitarie e eulogistiche sul personaggio – del quale, per carità, nulla di male ho titoli per dire – un qualche organo d’informazione originale e anche un po’ impertinente potrebbe aggiungere qualche considerazione non del tutto triviale. Che so, perché se ne occupano questi “Reporter Associati”, gruppuscolo paragiornalistico specializzato nel diffondere patacche e provocazioni, tipo, ora, la storiella rimbalzata dalla Cia sui generali di Saddam che si sarebbero fatti sequestratori e ladroni (altro che costituire l’ossatura della vera Resistenza laica nazionale, quella che tiene gli occupanti con la testa nella merda), oppure, quella del suo manager Roberto Di Nunzio, falsario autore di un falso resoconto della guerra irachena basato su false telefonate di falsi “giornalisti indipendenti” – e inesistenti - a Bagdad, marzo-aprile 2003, che raccontavano cose false su macelli veri e davano il proprio contributo allo sputtanamento degli iracheni. Potrebbe anche chiedersi cosa cazzo ci facesse un ragazzo sveglio e rotto a un sacco di cose con la screditata Croce Rossa Italiana, guidata da quell’inqualificabile personaggio berlusconide, fallita la sua candidatura a far porcate forzaitaliote in Parlamento, che il Padrino ha spedito a controllare che la CRI si muova rigorosamente in linea con gli obiettivi umanitari degli stragisti in uniforme di Nassiriah. Riandando magari a uno dei tanti episodi in cui la Croce Rossa Internazionale, che con Ippocrate ha un rapporto un po’ più stretto di Maurizio Scelli, ha ventilato l’espulsione di quella italiana per la sua sinergia con l’apparato bellico italiano e i suoi servizi segreti. Potrebbe magari recepire lo sbigottimento dei lettori a vedere il pacifista e dabbenuomo spalmato su tutta la prima pagina di “Liberazione”, prego iddio inconsapevolmente, mentre sbaciucchia due soldatesse dei massacratori d’occupazione, ridanciane quanto quelle che si esibivano all’obiettivo ad Abu Ghraib (e chissà se Gagliarcurzi si è accorto che andava offrendo altre giustificazioni ai finti resistenti e autentici infiltrati Mossad-Cia delle decapitazioni). Aspetti, questi, che magari potevano mettere un pochino a rischio la credibilità filo-irachena e quindi l’incolumità dell’inviato del “Diario” (incidentalmente, una pubblicazione filosionista se ce n’è una, con un, direttore – marca Adriano Sofri - che su Balcani, Palestina e Iraq ha saputo sbavare con più bile sulle vittime addirittura di Gad Lerner e Giuliano Ferrara. E anche questo non è che favorisse troppo il povero Baldoni).
Ma non è tanto questo il punto. La vera Resistenza in Iraq ha altro a cui pensare che occuparsi, con clamore scenografico ed effetti horror, di un Enzo Baldoni, tanto più se, come risulta, il brav’uomo era riuscito a captare qualche ulteriore indecenza sulla banda Scelli (ahi, povera mia collega di anni TG3, Ilaria Alpi!) e, addirittura, qualche confidenza dai partigiani iracheni, magari sull’agente britannico Al Sistani e sui giochetti che si vanno facendo sui resti martoriati, ma perdio vivi!, di quel grande popolo che, dai Sumeri in poi, ci insegna a scrivere e a resistere. E allora si sarebbe dovuti arrivare alla raccapricciante conclusione che uccidere Baldoni non poteva che insegnare una cosa: la stessa identica cosa che, chiara come una bottiglia di acqua sterilizzata, ci arriva dagli attentati dell’11 settembre, da quelli a Madrid, dalle bombe alle sinagoghe turche, da quelle qua e là tra i sauditi, dalle promesse di Armagheddon islamico sparse da Rumsfeld e Pisanu, dalle carneficine di civili (che a stragrande maggioranza votano per stare in Russia) dei quattro briganti ceceni inquadrati da Al Qaida-Cia – “guerriglieri indipendentisti”, per la nostra stampa, mica fanatici terroristi come i palestinesi e gli iracheni – e, ultima ora, dal rapimento dei due giornalisti francesi. Che cosa? Che scomparsa l’Unione Sovietica con i suoi tentacoli rossi sparsi per ogni dove, l’imperialismo sion-statunitense, per mangiarsi il mondo e sfoltirlo dei troppi indigenti e insofferenti che vi formicolavano, doveva inventarsi un nuovo terribile ed ubiquo nemico; che paesi in bilico come una Turchia negatrice di truppe e passaggi per l’annientamento dell’Iraq, o una Spagna dall’eccessiva indulgenza di massa per donne e bambini iracheni scaraventati nei forni post-Auschwitz della “guerra di civiltà”, dovevano ricevere la loro bella lezioncina; che una guerra di popolo contro l’occupante, indomabile e vittoriosa, doveva essere screditata e satanizzata attraverso inquinamenti e provocazioni che nessuno al mondo meglio del Mossad e della Cia hanno dimostrato in mezzo secolo di saper allestire; che le bombe alle moschee hanno per unico scopo quello di scompaginare la resistenza unitaria di popolo e portare, con la guerra civile, allo squartamento dell’Iraq; che non poteva non arrivare il momento in cui alla Francia, punto di riferimento di massa, ma anche di governo, per il rifiuto dello sterminio universale angloamericano (e pure in competizione colonialista con l’Impero a Haiti e in Sudan), si sarebbe fatto uno scherzetto “islamico”; che va decimata quella maggioranza confermata e verificata di ceceni che non danno retta ai bombaroli Mossad-Cia, travestiti da integralisti islamici e preferiscono stare, con tutte le loro raffinerie e i loro oleodotti, con i russi, piuttosto che in pugno a governanti fantoccio e gangster autentici della covata di rettili di George Soros, come Djindjic in Jugoslavia, o Saakakashvili in Georgia; che, infine, solo se ci facciamo convincere che dietro a ogni angolo, all’ombra di ogni minareto, davanti a ogni portone non blindato, a ogni incrocio non spiato da telecamere, in ogni centro di aggregazione giovanile, pullulano energumeni, perlopiù musulmani, con miccia accesa e burka in mano, abbandoniamo la cattiva abitudine di unirci in qualche protesta, organizzarci contro lo stato di cose esistente, credere che Chavez abbia vinto il referendum, andare ad Acerra a tirar giù le torri mortevalorizzatrici che spargono agente orange, insistere a gridare “Intifada fino alla vittoria!”.
Basterebbe la collaudata bussola del cui prodest che infallibilmente ti indica la direzione che devi prendere tra gli accadimenti. E’ tanto precisa che tutti si danno un gran da fare per ridicolizzarla, come si accaniscono contro quei “teorici del complotto” che, in un mondo di reti massoniche, di condizionamenti mafiosi, di lobbies ricattatrici, insistono a impegnarsi nell’aberrazione politico-ideologica della dietrologia. Non è mica perché la masnada sion-evengelica del “primum rimuovere Saddam”, che sarebbe arrivata al potere con Bush, nel 1998 fece capire a Clinton che, o aumentava il budget militare e faceva fuori l’Iraq, o la loro collega Monica Lewinsky avrebbe mandato a schifìo la sua presidenza, che Clinton raddoppiò quegli stanziamenti e massacrò di bombe natalizie per 70 ore l’Iraq. Macchè, ubbìe da dietrologi. Ma anche se non piacesse il calcolo di chi ci guadagna e chi ci rimette dalle torri fatte esplodere a New York e dal missile sparato contro il Pentagono, o di chi ci fa una più bella figura nella decapitazione di Nick Berg e nel rapimento di giornalisti francesi, se la Resistenza, o i Goebbels della “minaccia islamica”, ci si potrebbe accontentare di un qualche clic del mouse per sprofondare in un oceano di prove sulla paternità dell’11/9 (ultime quelle di Michel Chossudovsky, www.globalresearch.ca, sulla megabufala delle telefonate dagli “aerei dirottati”). O anche scontrarsi con le lampanti incongruenze di un filmato dell’esecuzione del pacifista USA Berg, che risulta girato ad Abu Ghraib, parlato da un finto arabo dotato di mitra israeliano, con urla di agonia sovrimpresse in postproduzione, con la testa mozzata da un corpo senza sangue, eccetera, eccetera, il tutto dopo che l’infelice Berg era stato detenuto e torchiato dall’FBI per due settimane. Chiedete un po’ al padre di Nick cosa pensa di quegli stronzi di dietrologi.
Non lo si fa. Quando chiedi perché a Bertinotti, ti risponde che “ammutolito da questione tanto assurda non ritengo che vale la pena rispondere” (testuale). E quando poi gli dici che tutto questo diventa oggettivo collateralismo con il terrorismo imperialista, e sei stato gentile, prepara le mosse per cacciarti dal partito. “La favola insegna che…” meglio stare tranquilli e campare cent’anni.
Stampa sinistra e amici del giaguaro
“Tra un Iraq occupato dagli americani e un Iraq liberato dai decapitatori preferisco l’Iraq occupato dagli americani”, così Riccardo Barenghi che, lo crediate o no, fu direttore del “Manifesto” e oggi ne cura una vistosa rubrica delle lettere. Come per altre castronerie scritte dal torvo barbutone, c’è stato tra i candidi lettori del “quotidiano comunista” sgomento e scandalo. Qualcuno s’è preoccupato di ricordare come gli “americani” (quando smetteranno di umiliare la gente dal Messico in giù, chiamandoli statunitensi?) vanno decapitando iracheni a milioni dal 1991, dopo aver decapitato e fatto decapitare, magari dopo sedute alla Abu Ghraib, milionate di indocinesi (a coprire quelle montagne di uccisi serviva Pol Pot e, dopo, la Cap Anamur, ora specializzata in falsi profughi sudanesi), centro-e sudamericani, indonesiani, est-timoriani, palestinesi, afgani, jugoslavi. Qualcuno ha ricordato una Madeleine Albright, addirittura pre-occupazione, che plaudiva al “giusto prezzo” pagato dall’Iraq con 500.000 bambini uccisi dall’embargo. Altri ancora hanno contrapposto un editoriale del successore del filo-occupanti, Gabriele Polo, all’immonda volgarità dell’autentica jena, nel quale, grazie tante, si insisteva a chiedere il ritiro degli occupanti, decapitatori o non decapitatori. Ragazzi, siamo tutti fuori bersaglio. Quello che Barenghi vomita è quanto i numi del Manifesto (e sia reso onore a giornalisti dell’autentica informazione e analisi come Stefano Chiarini, Manlio Dinucci, Marco D’Eramo, Michele Giorgio, quando ci parla di Palestina e non quando si fa travolgere dalla nevrosi antirussa in Cecenia) ingeriscono e fanno ingerire a loro fedeli lettori. La stessa considerazione vale, a livelli più grezzi, per “Liberazione” e trombettieri del liberaldemocraticismo bertinottiano come Gagliardi, Curzi, Cannavò, Armeni. Quando si assumono i paradigmi delle centrali del dominio criminale, ripetuti, ribaditi e diffusi dai mainstream media, c’è poco da meravigliarsi che si giunga agli abissi di collaborazionismo ideologico di un Barenghi. Non c’è un editoriale, corsivo, saggio, commento di questi soloni della sinistra alternativa, dall’11/9 a questa parte, che faccia lo sforzo di scrollarsi di dosso questi paradigmi e navigare nel mare aperto di una ricerca libera, ulisside, senza nulla dovere a presunti dei, semidei, o profeti, prima di averci piantato occhi, orecchi, o denti.
E’ con una nevrotica ostinazione degna di miglior causa che tutti questi si accaniscono nella difesa, condivisa con arnesi Cia come Guliano Ferrara, o Massimo Teodori, o fiduciari israeliani come Gad Lerner, di cause ormai sputtanate da un minimo di decente informazione: il Sofri “ingiustamente condannato”, di cui si sorvola sulle aderenze tipografiche, societarie e famigliari CIA al tempo di LC, nonché sugli appoggi a macelli e menzogne dell’imperialismo e sionismo da almeno 25 anni; il Mario Moretti e soci che, dopo aver assistito passivi e consapevoli alla liquidazione del gruppo fondatore delle BR, non facevano un passo senza intorno ombre, appoggi, appartamenti, sparatori, tipografie e macchinari dei servizi segreti e P2-Gladio; la “contropulizia etnica” in Kosovo di De Francesco, che avalla una “pulizia” serba totalmente smentita. Oggi assumono anche i principi fondanti della guerra preventiva nello “scontro di civiltà”, sui quali viaggia lo sterminio planetario dei neonazisti di Washington. Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere, da Slobodan Milosevic a Saddam, dai finti pogrom anti-albanesi alle false stragi di curdi e comunisti, dalle torture ai calciatori che sbagliavano passaggi, a una “resistenza” definita tale anche se massacra civili nelle moschee e decapita insieme delinquenti e poveracci onde togliere all’umanità perbene ragioni per opporsi all’occupazione e al terrorismo generalizzato di Stato di Israele e USA. Per Gabriele Polo, Rossana Rossanda, Mariuccia Ciotta (di cui mi resta impresso un memorabile articolo in difesa dell’Abu Ghraib per animali, detto Bioparco, di Roma), Gagliarcurzi, un certo Cannavò, sono tutti sullo stesso piano: terroristi decapitatori e stragisti alla rinfusa, imperialisti occupanti, delinquenti CIA fatti governanti fantoccio. Cosa resta per noi? Una qualche solidarietà con chi ha ragione? Macchè, niente di niente: il caos, l’orrore, per Polo nientemeno che l’audace “esodo” di negriana scemenza. E gli iracheni se la prendano in saccoccia. Mettere tutti sullo stesso piano, carnefici e vittime, è già un bel colpo per Wolfowitz-Cheney-Rumsfeld, tutti colpevoli nessuno colpevole, l’astuzia di Craxi. Da lì, poi, all’inversione del binomio carnefici-vittime, alla Barenghi, il passo è facile e breve.
Che le decapitazioni siano segnate da incongruenze sesquipedali; che tutto questo vada a beneficio dell’attenuazione delle responsabilità genocide degli aggressori e attutisca la rivolta dell’opinione pubblica, lacerata e paralizzata da orrori uguali; che si finisca con l’insanguinare le prime pagine con l’attentato di un guerrigliero palestinese, mentre un centinaio di palestinesi, spesso bimbi, fatti fuori mese dopo mese da occupanti illegittimi e feroci quanti altri mai, finiscono nei trafiletti; che si viva in un paese dove tutte le stragi sono state volute e guidate da Stato, Cia, massoni, mafia e servizi, che i governi USA di tutte le risme praticano terrorismi diretti e indiretti dal più grande olocausto della storia, quello degli indiani, in poi; che gli attentati dell’11/9 siano stati dimostrati della stessa pasta dell’”Operazione Northwood”, desecretata, con cui il governo Kennedy progettava di giustificare la guerra a Cuba dove aver ucciso, per finta mano cubana (proprio come con Al Zarkawi), alcune migliaia di cittadini USA; che a Washington è arrivato al potere con il trucco un gruppo di criminali le cui mani grondano sangue peggio di quelle di Attila o di Goffredo da Buglione; che tutto il “terrorismo islamico” nasca da un progetto USA, pianificato dalle lobby sioniste insinuate nel potere da Reagan in poi, finanziato dal National Endowment for Democracy, organizzato dalla Cia e portato avanti con la sua creatura Al Qaida dall’Afghanistan della guerra antisovietica, ai Balcani da uccidere, a Algeria e Sudan da destabilizzare, a Iraq dove la più nobile e vincente guerra di popolo dal tempo del Vietnam deve essere screditata e satanizzata a tutti i costi; che voci deboli, ma serie, ragionate e documentate, fortunatamente numerosissime in ambienti non sospettabili, abbiano con enorme fatica e a rischio di destino e vita raccolto le prove di tutto questo e di mille altre cose ancora… è mai possibile che non conti per chi si assume la responsabilità, l’onore e l’onere di rappresentare e soddisfare la sete, il bisogno di verità delle masse vittimizzate dalla menzogna padronale?
C’è stato uno di questi importanti giornali, dai quali per molti di noi dipende tutta l’interpretazione del mondo, che si sia dato un calcio al culo per la subalternità mostrata in certe decisive campagne di inganno, Jugoslavia, Taleban, terrorismo islamico, e si sia ravveduto, alla faccia della vanità e della protervia corporativa, con almeno qualche briciola di aggiustamento? Che so, che in Kosovo non c’erano fosse comuni, e neanche in Iraq, che i profughi erano manipolati e ingigantiti, che Milosevic non era un despota, che i suoi antagonisti di Otpor erano una combriccola Cia, che sono state contate ufficialmente solo 2800 vittime di tre anni di guerra civile e 78 giorni di bombe a tappeto e di tutte le etnie presenti in Kosovo, serbi e rom in testa? Oppure, che con Saddam l’Iraq è uscito da un sottosviluppo britannico nero e in vent’anni si è posto al pari di Cuba per sviluppo e diritti sociali (umani anche quelli, almeno per gli iracheni)? E, ora, che appare chiaro come il sole che la Cap Anamur ha innescato consapevolmente, con la sua truffa, la corsa alla ricolonizzazione del Sudan? E la Cecenia, dove non fate che i pappagalli della più perfida cospirazione occidentale contro un popolo che continua a ripetere di non volerne sapere dei suoi “liberatori” macellai? Ma non vi è bastato che qualcuno più corretto tra voi abbia elencato tutti i punti che dimostravano come la decapitazione di Nick Berg fosse un falso, venisse per obnubilare le immagini dei torturatori USA, per pensarci due volte prima di tornare, con Baldoni e i francesi e i nepalesi, a ravanare nella melma delle equivalenze, dei “terrorismi islamici”, nelle scempiaggini politically correct del terrorismo provocato dagli abusi occidentali. Non vi rendete conto che tra voi e il presidente del Senato Pera, che rilancia alla grande il berlusconbushismo dei selvaggi da civilizzare, rimangono solo sfumature, che si rischia di far parte di un mostro a due teste, come quello insegnatoci dalla Chiesa Cattolica in duemila anni: Inquisizione da una parte e San Francesco dall’altra, vescovi nazisti alla Stepinac santificati e la Caritas che porta coperte alle vittime nei suoi lager. Tutti con la croce in mano. Vi piace proprio un ruolo del genere?
Chissà se un giorno vi colpirà il fulmine di una semplicissima verità: o denudiamo l’imperatore e da sotto le sue vesti tiriamo alla luce di tutta l’umanità il suo, suo, suo e solo suo terrorismo (e chissenefrega dei cretini della manovalanza), distruggendone l’alibi, o siamo davvero fottuti. Voi compresi. Non ce ne sarà più per nessuno.
Un kibbutz in “Liberazione”: come ti svio dai crimini sionisti
Guido Caldiron è uno che scrive su “Liberazione”, organo del PRC. Ci scrive più spesso di tutti e su questioni tra le più delicate. Il suo ambito è la cultura, ma non solo. Il suo ambito è l’universo mondo quando si tratta di antisemitismo. No, no, cosa avete capito? Qui non si parla dell’antisemitismo che tutti conosciamo, di cui abbiamo tragiche testimonianze ogni giorno, che pare costituire la Weltanschauung”, la degenerata costante culturale ed ideologica del tempo, per dirla ancora in tedesco (dopotutto, chi ha pensato meglio di loro?), lo Zeitgeist dell’ultimo e di questo secolo. Il Caldiron non si occupa di questo, non da la minima importanza a un antisemitismo che cerca di liquidare due popoli semiti, palestinesi e iracheni, in un botto solo (poi verranno gli altri: Siria e Sudan sono già in lista d’attesa), non se la prende con una campagna planetaria che, innescata sapientemente da non semiti l’11/9, ha per obiettivo 300 milioni di semiti arabi e, per sovraprezzo, un miliardo e quattrocento milioni di loro correligionari. Neppure riserva grande attenzione neppure a quell’ atteggiamento europeo verso semiti arabi e verso musulmani che minaccia di superare in efficacia il pogrom contro quegli altri semiti attuato, sempre da queste parti, negli anni ’40 e ’50. No, Caldiron punta più in alto, è uno specialista, ha il dono dell’originalità. Mica si fa offuscare la vista dalla caccia all’arabo in atto in tutti e cinque continenti, vuoi con le bombe, vuoi con soluzioni finali alla Sion, vuoi con la repressione poliziesca, vuoi con l’ostracismo sociale. Lo sguardo di Caldiron trapassa tutto questo e va a fissarsi su cose che quasi nessuno riesce a vedere: l’antisemitismo imperversante contro gli ebrei, così spesso mascherato da antisionismo e da critiche alla politica di Israele. Caldiron non si fa fregare e, tra un inno alla cultura jiddish il lunedì e la recensione apologetica all’ennesimo libro dell’ennesimo finto dialogante israeliano il martedì, e il silenzio sulla cultura palestinese nei giorni dispari e pari, sa bene quale è il male del tempo: la perdurante, dilagante, universale campagna antisemita, intesa come persecuzione degli ebrei. No, ancora una volta no: mica si riferisce ai fascisti e post e cripto e para-tali. Figurarsi, con l’ottimo Gianfranco Fini che va a Gerusalemme tenuto per mano dal capo delle comunità ebraiche, o con l’altrettanto ottimo La Russa e camerati che sfilano sotto le bandiere israeliane (“dal Nilo all’Eufrate”)dal Campidoglio alla Sinagoga per zittire e smerdare quei facinorosi antisemiti autentici che, dall’altro lato della piazza, gridano “Sharon boia”.
No Caldiron la sa più lunga: l’antisemitismo senza ebrei è un controsenso, un’invenzione demagogica e strumentale, anche se al momento pare ci siano qualcosa come alcune centinaia di milioni di semiti criminalizzati e perseguitati fino all’estinzione da meno di mezza dozzina di milioni di altri semiti che però, istituzionalmente, nascono crescono e muoiono vittime, hanno l’arma termonucleare, praticano il terrorismo e vengono intrattenuti con il Gioco del Piccolo Torturatore dai più potenti e prepotenti genitori che inerme bimbetto abbia mai avuto. In questo senso Caldiron Guido, ben supportato da un consimile Salvatore Cannavò, la cui furia dialettica si dispiega al meglio quando gratta nelle ferite inferte al mondo “dal terrorismo islamico”, o fa altre argute analisi geopolitiche del genere, ne ha fatte più di Carlo in Francia e, senz’altro, la comunità ebraica italiana, la più silente su quanto viene perpetrato nell’espropriata (o ci siamo dimenticati?) Palestina, non mancherà di esprimergli adeguato consenso e apprezzamento. Soprattutto quando, contro venti e tempeste soffiate da importune verità, il suo giornale riesce a rivoltare la frittata di quell’enorme fiasco che fu la “ragazza ebrea aggredita da maghrebini nel metro a Parigi” (provocazione stavolta fallita, diversamente da tante altre che alimentano il vittimismo ebraico a fronte dell’olocausto palestinese), tornando sulla bolla scoppiata con questa fulminante argomentazione: la bugiardona non avrà detto una sua verità, ma ha detto una verità universale! Mio padre diceva: se non è vero è ben trovato.
Ma recentemente (29 agosto 2004), il Nostro è riuscito in un’impresa che ha del sovrumano. Ha colmato di immagini, riquadri, e uno smisurato articolone ben due pagine di “Liberazione”. Ha titolato “La rivoluzione conservatrice di George W.Bush”, ha messo l’occhiello “Alla vigilia della convention repubblicana, che si apre lunedì a New York, viaggio nelle radici politiche e culturali della Nuova Destra americana” e, senza falsa modestia, ha sottotitolato “Un bilancio del percorso compiuto fin qui dai nuovi conservatori. Un’occasione per cercare di capire come il blocco ideologico e sociale che ha portato Gorge W. Bush a guidare il paese più potente del pianeta, potrà essere sconfitto di qui a pochi mesi”. Mica male, no? C’era da leccarsi i baffi prima ancora di inciampare nel sottotitoletto “La genesi della coalizione delle destre”. Ebbene sì, Caldiron ha viaggiato. Un po’ come quei poveri ronzini delle nostre antiche botticelle, con i due lembi neri di cuoio accanto agli occhi.
Insomma, Caldiron ci ha scaricato addosso una chilata abbondante di piombo sul “chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo” della banda Bush, riuscendo al contempo di non dire una parola, di non menzionare un nome, di non rintracciare un segno che facesse riferimento alla squadra da cui l’ex-alcolizzato redento e evangelizzato è stato selezionato ed esposto nelle vetrina dell’ipermercato della menzogna nordamericana. Li avete presenti? Non vi dicono niente i nomi degli ideologi, propagandisti, lobbysti, programmatori, della “guerra preventiva”, altrettanti criminali cospiratori che da prima di Reagan e per tutti gli ultimi trent’anni hanno lavorato per arrivare dove Bush è stato messo adesso e per esercitare sull’universo mondo un terrorismo da inevitabile, ineluttabile apocalisse? Un bel quadro ve lo potrebbe fornire il libro di Mauro Bulgarelli “L’Impero invisibile”, dove trovereste anche tutti i riferimenti, i documenti, le citazioni, insomma le prove di una congiura in cui tutti, ma proprio tutti i protagonisti sono estremisti della comunità ebraica statunitense: autentici neonazisti per i quali resta aperto solo un interrogativo: se nella loro crociata di sterminio dei peccatori e di colonizzazione degli schiavi debba avere la parola definitiva Israele o gli USA, se cioè la potenza sterminatrice statunitense serva da apripista per gli scopi israeliani in Medio Oriente, nelle metropoli, nelle risorse, oppure se sia l’ideologia razzista ed espansionista del sionismo ad aver fornito agli USA, in combinazione con il fondamentalismo evangelico e la tolleranza papalina, la base etico-religiosa per la guerra totale di appropriazione del mondo.
Eppure sono nomi che rimbalzano tra le carte, o no? Sono tutti ministri, segretari, sottosegretari, vice-sottosegretari, consiglieri, direttori, esperti dell’attuale amministrazione. Sono tutti in pasta per milioni di dollari con il complesso militar-industriale, con le milizie mercenarie, con le multinazionali della ricostruzione di quanto l’apparato militare distrugge. Sono tutti sicofanti di Sharon e viceversa. Prima o poi hanno tutti coperto spie di Israele. Michael Ledeen, teorico del fascismo universale, Zgbniev Brzezinsky, uomo della grande scacchiera tutta americana, Lewis Libby, protagonista di quell’Iran-Contras con il quale, mentre si fingeva di dare appoggio diplomatico a Saddam, onde sputtanarlo negli ambienti antimperialisti, si armava fino ai denti l’Iran e con il ricavato da ciò e dal traffico di droga si faceva fuori il Nicaragua; Richard Perle, detto anche “principe delle tenebre”, malvivente in affari d’armi con Adnan Kashoggi; Donald Rumsfeld, basta la parola, ma anche il suo progetto per un Gruppo “Proactive Preemptive” che avrebbe dovuto compiere azioni terroristiche da attribuire ai presunti terroristi nemici; Paul Wolfowitz, star di tutte le associazioni per delinquere succedutesi negli USA in questi decenni, Trilateral, Bilderberg, PNAC, disco rotto della frase “Dobbiamo assumere le necessità di assicurare con ogni mezzo la supremazia americana nel mondo”; William Bristol, primo consigliere di Bush e direttore del PNAC (Project for a New American Century); John Bolton, segretario di Stato per il controllo degli armamenti e leader della ONG dell’infiltrazione USA USAid (quella che per prima lanciò “l’allarme Darfur”, così splendidamente raccolto dalla nostra stampa di sinistra); Richard Armitage, pluricondannato per Iran-Contras, azzardo e droga, protagonista dell’operazione “Phoenix” che liquidò in Laos qualcosa come 35.000 civili; Elliott Abrams, protagonista assoluto dell’Iran-Contras, sottosegretario di Reagan che ha coperto i massacri compiuti da commando americani in Guatemala e Salvator. Ce ne sono altri, da superare la spedizione olimpica degli USA: Samuel Huntington (“Scontro di civiltà”), Paul Nitze, Eugene Rostow, Max Kampleman, Iames Woolsey (direttore Cia), Phyl Kaminsky, Dick Cheney, Douglas Feith (export-import di armi con Israele)…. Nove su dieci sono esponenti autorevoli della comunità ebraica: E’ un caso? Provengono tutti dalla covata di Reagan, sono tutti delinquenti coinvolti pubblicamente in commerci di droga, stragi, conflitti di interessi, operazioni sporche. Ovunque sono arrivati, hanno collocato al potere la criminalità organizzata, dalla Jugoslavia alla Georgia, dai dittatori sudamericani alla Russia di Eltsin, dalla repubbliche centroasiatiche all’Iraq. Sono tutti membri delle varie lobby, o think tank (serbatoi di pensiero) che, negli ultimi trent’anni, hanno lavorato per formulare e imporre la politica statunitense della guerra preventiva, dell’uso del terrorismo e dei massacri indiscriminati: Committee for the Present Danger, American Enterprise Institute, Council on Foreign Relations, JINSA (Jewish Institute for National Security Affairs), Project for the New American Century (PNAC), Center for Security Policy. Sono quelli del mezzo trilione di bilancio per le guerre, degli scudi stellari, della necessità di eliminare con Saddam le sue “armi di distruzione di massa”, del Patriot Act, dell’appoggio incondizionato a Israele, dell’invenzione, finanziamento, addestramento, armamento e direzione di Al Qaida, del traffico di droga tra Colombia, Afghanistan e USA che gli porta in cassa ogni anno qualcosa tra 500 e 1000 miliardi di dollari, della guerra preventiva e permanente, del ricupero del controllo sull’Africa, degli Stati Canaglia, del Plan Colombia, dei golpe e complotti contro Hugo Chavez e la rivoluzione bolivariana, degli “stretti legami tra Iran e Al Qaida” (propagandati incredibilmente nell’ultimo numero da un cialtrone pachistano, trasparente velinaro Cia, sul settimanale già di sinistra “Avvenimenti”, e pensare che ci ho scritto per molti anni…), dell’imminente assalto al Sudan, innescato da un paio di movimenti “di liberazione” mercenari quanto il famigerato UCK kosovaro, della frantumazione della Jugoslavia, Clinton o non Clinton, perché presidenti democratici o repubblicani, non fatevi illusioni Castellina e Rossanda, quelli stanno sempre lì, come le metastasi nei neoplastici terminali e sempre lì, da Monroe in poi, sta l’idra imperialista statunitense. Sono la ciccia e lo scheletro della politica USA
Vi pare poco? Chissà. Comunque poco deve sembrare al Guido Caldiron che, dotato di vista più lunga della nostra, come già detto, punta direttamente e esclusivamente sul fondamentalismo religioso protestante “come radici politiche e culturali della nuova destra americana”, a parte, sul finale, “alcuni ebrei americani che mollarono gli ormeggi e si allontanarono dall’ala liberal del Partito Democratico”. Carino, no? Quasi affettuoso. All’inglese: understatement, minimalismo si dice da noi. Del resto del mollare di “alcuni ebrei” è detta subito ampia giustificazione: la Guerra arabo-israeliana del 1967…Ragazzi, le vie dell’antisemitismo sono davvero infinite.
Lo sterminio eugenetico dei bambini sefarditi
Proverei a suggerire all’esperto di antisemitismo del tabloid cartonato di Rc di procurarsi copia del programma andato in onda in Israele il 14 agosto, alle 21, su Channel Ten, per Dimona Productions, reperibile anche nel sito del più liberal dei giornali israeliani: www.haaretz.com/hasen/spages/458044.html. Si intitola “100.000 Radiations”. Partecipavano testimoni, esperti del Ministero della Sanità, vittime. Ne devo notizia a Olga Daric. Grazie.
Con il pretesto di combattere la tricofitosi (ringworm) nella testa dei bambini sefarditi immigrati, perlopiù dal Marocco, o rapiti dallo Yemen, il Ministero della Sanità israeliano, sotto la supervisione di Simon Peres, acquistò nel 1951 negli Stati Uniti sette macchine di Raggi X e li adoperò per un esperimento nucleare di massa su un’intera generazione di cavie umane sefardite. A 100.000 bambini sefarditi vennero sparate in testa e sul corpo (non coperto da protezioni) dosi 35.000 volte superiori alla soglia massima di raggi gamma. Tali da friggergli il cervello. Per avergli risparmiato gli esperimenti, a quel punto ufficialmente proibiti, sui propri detenuti, o malati mentali, il governo USA versò a quello israeliano 300 milioni di sterline israeliane all’anno, per una somma che oggi varrebbe miliardi di dollari. 6000 bambini morirono subito, gli altri svilupparono tumori che hanno continuato a uccidere e uccidono anche oggi. In vita, le vittime hanno sofferto e soffrono di epilessia, amnesia, Alzheimer, psicosi, emicranie croniche. Essendo stato esposto l’intero corpo, i bambini svilupparono difetti genetici. La generazione che sopravvisse diventò in perpetuo la classe più povera, malata ed emarginata del paese. Uno storico spiega nel documentario che l’operazione era parte di un programma eugenetico mirato a eliminare le componenti deboli o difettose della società. Mengele. Nel programma si indicano i responsabili del progetto: Nahum Goldman, capo del Congresso Ebraico Mondiale, Levi Eshkol, primo ministro, Shimon Peres, allora direttore generale del Ministero della Guerra, Eliezer Kaplan, ministro delle finanze, Jospeh Burg, ministro della Sanità, accusato dai rabbini yemeniti di essere il responsabile del rapimento dei loro bambini. E’ stata questa cabala che nel 1977 avrebbe poi eletto primo ministro Menachem Begin. Alcune centinaia di spettatori hanno visto questa trasmissione in Israele. Chissà se Guido Caldiron ne vorrà sentire le impressioni, magari per confermare che davvero infinite sono le vie dell’antisemitismo.
TERRORISTI CECENI A “LIBERAZIONE” E “MANIFESTO”
Mondocane fuorilinea
6/9/04
di
Fulvio Grimaldi
Rientrare in Italia dopo una mesata nel Venezuela bolivariano è come rientrare tra le capre del proprio villaggio di capanne dopo aver girato con Odisseo per le terre di Alcinoo, Nausicaa, Circe e Polifemo, Calipso e Ilio. Gli anglofobi lo chiamano anticlimax, il contrario di una vetta, un vertice, o di un orgasmo. E’ come riprecipitare nel sottosviluppo provenendo da una civiltà avanzata. E basterebbe il confronto tra la buona educazione, l’allegria, la gentilezza, il buonumore universale e pandemico dei venezuelani, andini o della piana, metropolitani o della selva tropicale, e la nevrosi collettiva dei romani, sconvolti da decenni di devastazioni capitoline, pronti alla rissa al primo sorpasso giudicato protervo, al primo pestone subito sull’autobus della compenetrazione dei corpi, al primo scataracchio da enfisema automobileindotto., al centesimo sacco di rifiuti sparso tra i piedi e sotto i nasi. Basterebbe vedere come la rivoluzione bolivariana ha sottratto alla manomorta degli infiltrati dell’oligarchia l’azienda di Stato degli idrocarburi, rilanciandola a terza impresa sudamericana e a motore dell’integrazione ed emancipazione sociale continentali, a fronte di quanto l’esperto di devastazioni industriali e sociali a un miliardo al mese, Cimoli, va facendo all’Alitalia, sul modello del degrado da lui già inflitto a quelle che erano le migliori ferrovie d’Europa e oggi farebbero pena al Mali. Basterebbe anche, l’esperienza della serietà, competenza, maturità politica, modestia di modi e di beni, al limite del pauperismo, di coloro che pur dirigono la più importante rivoluzione dei nostri tempi: la sede centrale del partito di maggioranza, MVR è una casetta gialla a due piani con un televisore in bianco e nero, l’ufficio nel Comando Maisanta, quartier generale elettorale, del braccio destro di Chavez, Willian Lara, è un bugigattolo dove a stento ci stanno lui e la segretaria, le redazioni dell’unico quotidiano di sinistra, dell’unico canale governativo, delle tante tv e radio di quartiere, ricordano le atmosfere, i mezzi, gli arredi del nostro passato extraparlamentare. E poi, a ogni livello, la cordiale fraternità tra tutti i partecipanti a questa grande rivoluzione di popolo che non conosce gradi e gerarchie, che ovunque piega il verticale all’orizzontale. E, di fronte, le degenerazioni salottiere, le cadute di stile, i quaquaraquismi, le serpentine dell’opportunismo, le familistiche e compiaciute disponibilità ai Vespa, Costanzo, Socci, Carrà , chiunque abbia a disposizione una telecamera, di certa gente di qui. Ricordo un ministro del governo venezuelano che riteneva incompatibile con la sua funzione e la sua etica accogliere l’invito a uno “show” televisivo. Non ci ho mai visto nessuno dei bolivariani sulle ginocchia di un qualche locale principe mediatico. C’è classe politica e classe politica, da noi abbiamo scambiato per tale una banda di arraffoni, arruffoni e guitti. Un bagno nella rivoluzione bolivariana e il grano si separa dal loglio come per miracolo.
Ma è la chiarezza delle cose della vita, cioè della politica, che da quelle parti riflette la limpidezza del cielo, mentre da noi le cose della vita si confondono e mescolano in melmosa omologazione, rivaleggiando con le turbolenze tossiche delle polveri sottili e del biossido di carbonio dello smog. Fin dal primo momento, nessuno tra i compagni venezuelani si sarebbero sognato di fraintendere le tanto turpi quanto evidenti provocazioni di un “Esercito Islamico” che agisce a parla in sincrono con il mercenario Cia Ayad Allawi, a sua volta sgambettante dai fili di Donald Rumsfeld, Ariel Sharon e neonazisti vari. Prima - hanno scritto sui loro giornali i bolivariani, che non hanno la vista ottenebrata dalla fregola di andare al governo con i propri opposti – questo “Esercito Islamico”, né islamico, né iracheno, chiede il ritiro di 50 insignificanti filippini che, comunque, se ne sarebbero dovuti andare un mese dopo. E si accredita come grande vincitore nei confronti di una presidente Gloria Arroyo, che, amichetta di Clinton in gioventù, come sente un fischio statunitense arriva al godimento e, dunque, ritirando i suoi ragazzi, ha danzato al trillo di uno zufolo pseudoiracheno il cui fiato sapeva distintamente di stelle e striscie. Acquisita credibilità resistenziale, questi specialisti Mossad si sono rivolti al bersaglio vero: giornalisti ficcanaso e non embedded (con qualche magagna dal punto di vista iracheno, tipo la familiarità con l’agente occidentale Scelli e le intimità con le soldatesse USA), e il vero, massimo stato canaglia, la Francia laica e del rispetto per gli arabi e musulmani, la Francia, magari imperialista di suo, ma massimo intralcio allo “scontro di civiltà” finalizzato alla conquista sion-statunitense del mondo. Ora, per capire queste cosucce elementari, basterebbe saper distinguere tra oro e piombo. Cosa che d’acchito hanno fatto tutti gli arabi e tutti i musulmani del mondo, compresi 60 milioni di francesi, da Chirac a Monsiù Benoit., nonché una gran massa di compagni che si sono allenati a studiare la differenza tra un comunista e, che so, il segretario di Rifondazione.
Non così da noi. Per esempio e limitandosi a RC, i vari dirigentoni Consolo, Migliore (quello dal cognome-presa per il culo), Bertinotti stavano a Caracas per il referendum e sapeste quanto erano antimperialisti, filocubani e internazionalisti, al fianco di tutte le resistenze, da quelle parti (non che avessero convinto: ricordo deputati bolivariani che mi chiedevano angosciati come fosse possibile che comunisti antimperialisti, antiliberisti almeno, andassero al governo con D’Alema, autorevole sponsor dei locali fascisti). Gli è bastato farsi mezza dozzina di fusi orari e rientrare nella rete di ragno delle “maggioranze”, delle “coalizioni democratiche”, dei ministri di Rifondazione, della non violenza alla faccia dei cani di Abu Ghraib attaccati alle palle, del Risiko per le regionali, che le resistenze sono tornate a essere “terrorismi”, tutti uguali, tutti orrendi, saddamisti, muktadisti, eserciti islamici, zarkawisti, alqaidisti, kamikaze palestinesi. Ma il top l’hanno davvero raggiunto e superato con la Cecenia. Devo dire che il “Manifesto” ci ha messo del suo, una cazzuolata di calce sulla tragica faccia della verità e buonanotte ai suonatori (e meno male che c’è stata la rettifica a muso duro di Marina Forti, che ha raccontato l’oscena verità sulle “donne martiri” cecene!). Il cerchio, poi, l’ha chiuso sul giornaletto di RC Antonio Moscato, un “intellettuale organico” di Bertinotti, che da anni si muove in perfetto sincrono con gli estremisti della comunità ebraica statunitense, detti neocon ma in tutta evidenza neonazi, ex-trotzkisti come lui (anzi, a dispetto di Trotzki, Moscato trotkista si dice ancora, quanto il capetto della combriccola, Salvatore Cannavò, che edita una fanzina, “Erre”, e scrive editoriali in cui altalena giocosamente tra acrobazie rivoluzionarie e inchini a sovrani e distributori di poltrone).
L’assonanza di Moscato con la banda di tagliagole di Wolfowitz non è solo nominale. Va nel profondo. Mi ritrovai a dibattere sulla Jugoslavia con questo luminare dell’università di Lecce. Dopo una sua “ricostruzione” storica dell’indipendentismo kosovaro e della necessità genetica della Grande Albania, della stessa disinvoltura onirica con cui su “Liberazione” del 3/8/04 ha inventato una storia del popolo ceceno (vedi aa-info@yahoogroups.com “Antonio Moscato e Zbigniew Brzezinski in prima linea per squartare la Russia”, originato da “Coord.Naz.per la Jugoslavia”), Moscato è arrivato ad attribuire ai tagliagole e narcotrafficanti dell’UCK di Hashim Thaci, guidati da Osama Bin Laden e foraggiati da Germania e USA, i meriti e la nobiltà di un’autentica lotta di liberazione. Il tutto anche allora corredato dall’ampio ventaglio di invenzioni e menzogne sulle “atrocità serbe” con cui le agenzie apposite (Ruder & Finn, Hill & Knowles), oltre al Pentagono e ai media assoldati, hanno accompagnato la pulizia etnica contro i serbi e lo sbranamento della Jugoslavia. E il tutto anche assolutamente privo di riferimenti alla strategia nazifascista, prima, e imperialista eurostatunitense, poi, di sbriciolare i Balcani a forza di “piccole patrie”, identitarismi tribali, etnici e confessionali, strategia identica a quella che oggi, utilizzando i soliti mercenari di Al Qaida, strumento privilegiato dei nazisionisti di Washington e Tel Aviv dall’11/9 in poi, viene sostenuta da Moscato per il Caucaso del petrolio appetito dagli USA e da altri. E qui è assai istruttivo citare, dal testo del Coord. Naz. per la Jugoslavia, un documento di pugno del capo delle SS Himmler: “Nel trattamento delle etnie straniere dell’Oriente dobbiamo vedere di riconoscere e di badare quanto più possibile alle singole popolazioni… Ed ovunque si trovino pure solo frammenti etnici, ebbene anche quelli. Con questo voglio dire che noi non solo abbiamo il più grande interesse acchè le popolazioni dell’Oriente non siano unite, ma che al contrario siano suddivise nel numero maggiore possibile di parti e frammenti. Ma anche all’interno delle stesse popolazioni non abbiamo alcun interesse a portarle all’unità ed alla grandezza, a trasmettere loro forse pian piano una coscienza nazionale ed una cultura nazionale, bensì piuttosto a scioglierle in innumerevoli piccoli frammenti e particelle…” Non vi ricorda niente? La Nato in Jugoslavia, Israele nel mondo arabo, gli USA in Medio Oriente, in Iraq, nell’Afghanistan affidato a fantocci e “signori della guerra” rifornitori di eroina alle banche amiche? Come ideologo di riferimento non c’è male.
L’accantonamento totale che questo collateralista, oggettivo o soggettivo (la responsabilità per questi sconvolgimenti di menti indifese resta uguale nell’un caso e nell’altro), compie delle strategie di genocidio terroristiche e imperialiste e del quadro geopolitico degli interessi in cui si inserisce la ferocia sanguinaria senza pari dei gangster teleguidati di Cecenia o Kosovo, (esaminato, invece, con competenza e onestà dal non-comunista, ma professionista e persona perbene, Giulietto Chiesa) la ritroviamo anche in altri sostenitori slavofobi dell’UCK e della causa grandalbanese: Astrid Dakli e K.S. Karol, ahinoi sul “Manifesto”. Dakli, del resto, si era già fatto notare al tempo della distruzione della Jugoslavia quando, a pulizia antiserba in corso, seppe percorrere il Kosovo ormai albanesizzato e postribolo di Nato e ONG, come fosse un giardino all’italiana, senza vedere neanche un fil di fumo spiraleggiante dai 150 monasteri medievali inceneriti dall’UCK, o una casa bruciata con le famiglie serbe e rom dentro, o qualcuno dei 300.000 serbi in fuga dalla propria terra. All’indomani della carneficina, i due esperti di Cecenia del quotidiano, del quale non possiamo fare a meno, si sono superati. A che pro dilungarsi su un’analisi della natura e composizione e motivazione di “combattenti”, “guerriglieri”, “indipendentisti” (mai terroristi, quelli stanno solo in Palestina e Iraq), sul retroterra di un fondamentalismo d’importazione, guidato da stranieri scaturiti da Al Qaida, cioè dalla Cia, che acchiappa disperate e soggiogate donne, le carica di tritolo e le fa esplodere a distanza (pure, queste cose sul “Manifesto” sono uscite! Elettra Deiana, Imma Barbarossa, Lidia Menapace, voi così pronte a saltare con artigli affilati come Freddy Kruger sulle aberrazioni patriarcali, perché tacete?)? Perché indugiare ancora sull’abominio agghiacciante, inedito in qualsiasi autentico movimento di liberazione, di un terrorismo macellaio che colpisce nei metrò, sugli aerei, negli ospedali, nelle scuole, che pratica i sequestri per riscatto? Perché attardarsi sui risultati di elezioni che, sistematicamente, danno maggioranze schiaccianti e verificate da terzi a coloro che vogliono restare in uno Stato degno del nome, piuttosto che in una colonia USA amministrata da lanzichenecchi? Basta ripetere “elezioni farsa”, non c’è bisogna di dimostrarlo, non fanno così anche gli amici di D’Alema e dell’Internazionale massonico-socialista in quella “Coordinadora Democratica” che esegue i golpe Cia in Venezuela? E, soprattutto, perché andare a sfrucugliare su cosa significhi oggi, alla luce della “Grande Scacchiera” dell’annientatore di Stati Brzezinski, il Caucaso degli idrocarburi e degli oleodotti, che ha in Cecenia il suo nodo decisivo? O il petrolio continua ad andare verso Nord e arriva nel mondo passando, con le relative remunerazioni politico-economiche, per la Russia, o questo Nord viene tagliato fuori e messo alla mercè dei rubinetti occidentali con un percorso, controllato dagli USA, dalle origini alla Turchia, al Kosovo appunto, all’Albania? Cosa c’è di vero nelle voci sulle cisterne di dollari che dalla Exxon arrivano al socio di Osama (l’altro è Bush) Shamil Bassaev? Qualcuno potrebbe vedersi offuscare la vista da un conglomerato di analogie tra 11 settembre, assalto alla Jugoslavia, transito rivale delle risorse e serratura antimperialista, assalto all’Afghanistan dell’Unocal cui i Taleban negavano un oleodotto e piantagioni di papaveri (le avevano sradicate), assalto all’Iraq che teneva duro da quarant’anni a difesa del suo petrolio e del suo Stato sociale, a sostegno dei palestinesi, a spiraglio del riscatto arabo. E Moro che parlava di “convergenze parallele”! Già, si era reso conto. Non per nulla le BR… E poco vale la parziale correzione di rotta del Dakli del giorno dopo, forse imposta da una sana rivolta della redazione, in cui, detta qualche parola di biasimo per gli “orrori” della guerriglia, torna al fondo del suo abisso politico falsificando le cause dell’eccidio, attribuite, contro ogni evidenza accettata perfino dai tg di regime, alla ferocia sanguinaria di Putin e non ai mostri che fanno scoppiare le proprie donne in mezzo ai bambini, imponendo ineluttabilmente il blitz.
Tutto questo, con i Moscato, i Dakli, i Karol, i Barenghi del “meglio gli occupanti americani”, va fatto sparire sotto il tappeto. Visto che i neonazi di Washington hanno dato indicazione di sventrare nazioni multietniche e laiche, soprattutto quelle che ostacolano la rapina universale delle risorse, e di prevenire il sorgere di qualsivoglia rivale al dominio universale degli USA, con Israele al guinzaglio (o viceversa), la bisogna chiama alla criminalizzazione mediante inquinamento, per trascorsi ed esperienza con ogni probabilità Mossad, di chi resiste, sacrosante armi in mano, e alla benevola e indulgente comprensione per chi delinque contro i futuri “rivali”, anche straziando forzate kamikaze e centinaia di bambini. Fanno un buon lavoro, questi “analisti”. Qualcuno li ricompenserà. Alla stregua di Marco Pannella, che già solo sopravvivendo ferisce la dignità umana e che non è mancato all’appuntamento con Moscato e soci. Da giorni quella faccia devastata dalla corruzione sbraita che i “combattenti” della scuola in Ossezia sono “partigiani alla Ghandi”. Ringraziamolo però, il patron di quell’altro bravo giornalista, Antonio Russo, che dopo aver berciato su Radio Radicale, da un nascondiglio in Macedonia, come “dalla sua finestra a Pristina” si vedessero i serbi arrostire allo spiedo bimbetti albanesi, è stato fatto fuori proprio dalle parti dei cavernicoli attivati in Cecenia. Senza il parallelo con il capoccia transnazionale, come potremmo comprendere fino in fondo la natura del pensiero di Moscato?
Una citazione a parte merita Gennaro Migliore, un prodotto che pare sfuggito al suo artefice prima delle rifiniture finali, uno che Bertinotti ha reso responsabile delle relazioni internazionali, ma anche uno che ha nel cognome il risarcimento per tutto il resto. Poteva Gennaro Migliore esimersi dal rilasciare una “nota di commento”, al pari di Ciampi, Schroeder, Chirac, Woytila? No, non poteva. Poteva il tabloid “Liberazione” esimersi dal pubblicare in apertura e in grassetto, sotto il titolo fuorviante “Migliore”, il testo di questa esternazione? Ovviamente, non poteva, salvo attirarsi le ire del fratello grande del Nostro. Gennaro non dice nulla di originale, se lo si confronta con gli elucubrati ceceni di Dakli, Curzigliardi, Michele Giorgio, Repubblica, Libero e via citando i fustigatori politically correct di quanto avvenuto a Belsan, in Ossezia. Però lo dice in modo Migliore (pensate se si chiamasse Peggiore!). In primis, prova di intuito: “E’ l’ennesima prova che esiste una lotta al terrorismo che viene utilizzata solo per compiere atti autoritari e di una ferocia indescrivibile”. Poi, inesorabile e abbagliante, la conclusione: “Non possiamo non sottolineare il fatto che il blitz delle forze speciali russe ci conferma ancora di più che a Putin della vita umana non interessa nulla”. Putin si deve contorcere a vedersi così smascherato. Reso il costumario omaggio alla teoria del suo Grande Fratello, per cui esiste e impregna di sé il mondo la famosa “spirale guerra-terrorismo”, la formidabile intuizione risolutrice dei neonazi di Washington e della cosca sionista di Tel Aviv, G.M. non esita a esprimere a voce alta, a titolo di soluzione finale, quanto gli ex-trotzkisti di oltre Atlantico osano solo sussurrarsi nelle fasi più esaltate dei festini chez Condoleezza Rice: “Una comunità internazionale che si rispetti avrebbe dovuto da tempo imporre a Putin una diversa gestione della questione cecena…” (SIC!!!) E qui solo i bonaccioni possono nutrire un dubbio se il detto Migliore si riferisse solo al dito minaccioso di Xavier Solana, ai blandi embarghi iracheni da un milione e mezzo di morti, a qualche alluvione di uranio, o piuttosto a una bella invasione da 200.000 vittime civili come quella delle Filippine, o a un bel golpe con invasione di briganti tipo Haiti, insomma alla famosa “esportazione della democrazia”.
Ma lasciamo Migliore ai suoi collateralismi e veniamo alle conclusioni. Sulle quali c’è poco da scherzare. Con il vindice dell’UCK Antonio Moscato che attribuisce allo stesso Putin e al suo bisogno di popolarità (sic!) gli orrendi attentati degli agenti imperialisti in Cecenia e nel resto della Russia, quasi fosse un Bush, al Migliore che chiede l’intervento di quella collaudata associazione per delinquere che è la “comunità internazionale”, per imporre a Putin, al Caucaso ambito dagli USA e dall’UE, e al popolo ceceno quello che i terroristi Cia non sono ancora riusciti a imporre, il cerchio si chiude davvero. Esperta di sillogismi, come il più raffinato dei sofisti, questa gente, e i giornali che non si peritano di farsene infangare, argomentano: Bush e Berlusconi solidarizzano con Putin, Bush e Berlusconi sono cialtroni, ergo Putin è un cialtrone. E pensare che sono proprio quelli che, rovesciandosi nel loro opposto (specialità di certi pseudotrotzkisti), ci ammoniscono contro l’equazione: il nemico del mio nemico (mettiamo, la Resistenza irachena, i martiri palestinesi) è mio amico. Non gli passa per la mente (per la mente, magari sì, per la penna falsa e bugiarda no) che se Bush e Berlusconi sostengono Putin è perché devono a tutti i costi mantenere in piedi il teorema – oh, quanto vincente! – del “terrorismo internazionale”, del “terrorismo islamico” che richiede di essere combattuto., con le stragi dagli uni, con la politica, ma non solo alla fine dei conti, dagli altri. Solo così è possibile affogare nella nebbia le patenti motivazione degli eterodiretti macellai ceceni: risuscitare gli oligarchi mafiosi amici di Sion, del FMI e dei neonazi, tagliare la vena giugulare russa dell’energia, far avanzare il progetto imperialista di eliminazione degli ostacoli al dominio planetario.
Senza saperne assolutamente nulla, senza esibire uno straccio di prova, automatizzano: le elezioni in Cecenia sono, a priori, “una farsa”. E hanno sotto i piedi una democrazia che ha prodotto un presidente mondiale con i brogli, che conduce guerre permanenti contro nemici fabbricati in provetta e di cui dirige ogni passo, che permette come un partito del 5% (RC) abbia 11 deputati e uno del 4% (la Lega) ne abbia 50, che fa vincere le elezioni a chi ha avuto in dono dai poteri occulti e criminali tutti i mezzi di comunicazione (facendo allineare gli altri a questa imbattibile potenza di fuoco) e così si è rubato il cervello anche dell’avversario, che finge alternanze o alternative facendo correre uno contro l’altro due fantini sullo stesso cavallo, ovviamente di razza. Quanto a me, le uniche votazioni che abbia mai visto svolgersi in termini ineccepibili sono quelle del Venezuela della rivoluzione bolivariana, nelle quali ha sempre vinto chi aveva contro proprio i berlusconidi mangiatori di cervelli. Nelle sinapsi di questa gente circolano vari tossici: razzismo eurocentrico, arroganza cattolica apostolica romana, elettismo sionista (popolo eletto), dosi massicce di islamofobia e slavofobia, la pluriscreditata teoria negriana dell’intesa imperiale euro-russo-statunitense contro le “moltitudini”.
Il trucchetto della disperazione è infine quello che avalla il gioco delle parti tra un Shamil Bassaev, di cui è difficile giustificare fanatismo integralista, ferocia sanguinaria e origini Al Qaida-Cia, e un Maskhadov, “presidente” ceceno indipendentista moderato che, tuttavia, con il primo prende il tè ogni pomeriggio alle cinque, si schiera con gli angloamericani nella liquidazione dell’Iraq e, a parte qualche strumentale presa di distanza dai massacri di bimbetti, a uso mediatico e moscatiano, con i terroristi scatenati dagli USA condivide in toto strategie e obiettivi: la Cecenia, l’Abkhazia, l’Ossezia, il Daghestan, come la Georgia e altri stati caucasici, cioè tutto il petrolio, all’imperialismo, in cambio del guiderdone riservato ai proconsoli della criminalità organizzata dei sequestri e della droga. Della sinergica accoppiata separatista e narcotrafficante albrightiana Thaci-Rugova si sono scordati tutto.
E così, cari compagni, i nostri vessilliferi politico-mediatici hanno perfezionato il lavoro dei neonazi avanzanti in Medio Oriente e in Asia: il delinquente vero non è chi ha scatenato l’inferno all’interno della scuola di Belsan in Ossezia del Nord (o fa precipitare aerei, proprio come l’11/9, o polverizza pendolari nella metropolitana, o uccide malati negli ospedali), facendo esplodere povere donne ricattate e mitragliando fagottini nudi in fuga, ma coloro che non potevano non cadere nella trappola e intervenire alla cieca prima che morissero, non 300 o 400, ma tutti i 1500 ostaggi, ostaggi del mostro imperialista e della subalternità di finti sinistri.
Un’ultima notarella per uno bravo, Alessandro Ribecchi, che da ogni “Manifesto” della domenica ci consola e incoraggia con le sue staffilate ai caporali di ogni risma. Anche lui ci parla ora di due leadership di pazzi (Bush e i terroristi islamici) e di “queste due bande di stronzi che sparano addosso a noi, noi sei miliardi di ragazzini di Beslan”. Non sono due, le bande, caro Robecchi, è una sola, anche se ha tante teste quante l’Idra. Sono stronzi in coppia, tipo Osama-Oriana, che escono tutti dallo stesso sfintere.
TERRORISTI CECENI A “LIBERAZIONE” E “MANIFESTO”
Mondocane fuorilinea
6/9/04
di
Fulvio Grimaldi
Rientrare in Italia dopo una mesata nel Venezuela bolivariano è come rientrare tra le capre del proprio villaggio di capanne dopo aver girato con Odisseo per le terre di Alcinoo, Nausicaa, Circe e Polifemo, Calipso e Ilio. Gli anglofobi lo chiamano anticlimax, il contrario di una vetta, un vertice, o di un orgasmo. E’ come riprecipitare nel sottosviluppo provenendo da una civiltà avanzata. E basterebbe il confronto tra la buona educazione, l’allegria, la gentilezza, il buonumore universale e pandemico dei venezuelani, andini o della piana, metropolitani o della selva tropicale, e la nevrosi collettiva dei romani, sconvolti da decenni di devastazioni capitoline, pronti alla rissa al primo sorpasso giudicato protervo, al primo pestone subito sull’autobus della compenetrazione dei corpi, al primo scataracchio da enfisema automobileindotto., al centesimo sacco di rifiuti sparso tra i piedi e sotto i nasi. Basterebbe vedere come la rivoluzione bolivariana ha sottratto alla manomorta degli infiltrati dell’oligarchia l’azienda di Stato degli idrocarburi, rilanciandola a terza impresa sudamericana e a motore dell’integrazione ed emancipazione sociale continentali, a fronte di quanto l’esperto di devastazioni industriali e sociali a un miliardo al mese, Cimoli, va facendo all’Alitalia, sul modello del degrado da lui già inflitto a quelle che erano le migliori ferrovie d’Europa e oggi farebbero pena al Mali. Basterebbe anche, l’esperienza della serietà, competenza, maturità politica, modestia di modi e di beni, al limite del pauperismo, di coloro che pur dirigono la più importante rivoluzione dei nostri tempi: la sede centrale del partito di maggioranza, MVR è una casetta gialla a due piani con un televisore in bianco e nero, l’ufficio nel Comando Maisanta, quartier generale elettorale, del braccio destro di Chavez, Willian Lara, è un bugigattolo dove a stento ci stanno lui e la segretaria, le redazioni dell’unico quotidiano di sinistra, dell’unico canale governativo, delle tante tv e radio di quartiere, ricordano le atmosfere, i mezzi, gli arredi del nostro passato extraparlamentare. E poi, a ogni livello, la cordiale fraternità tra tutti i partecipanti a questa grande rivoluzione di popolo che non conosce gradi e gerarchie, che ovunque piega il verticale all’orizzontale. E, di fronte, le degenerazioni salottiere, le cadute di stile, i quaquaraquismi, le serpentine dell’opportunismo, le familistiche e compiaciute disponibilità ai Vespa, Costanzo, Socci, Carrà , chiunque abbia a disposizione una telecamera, di certa gente di qui. Ricordo un ministro del governo venezuelano che riteneva incompatibile con la sua funzione e la sua etica accogliere l’invito a uno “show” televisivo. Non ci ho mai visto nessuno dei bolivariani sulle ginocchia di un qualche locale principe mediatico. C’è classe politica e classe politica, da noi abbiamo scambiato per tale una banda di arraffoni, arruffoni e guitti. Un bagno nella rivoluzione bolivariana e il grano si separa dal loglio come per miracolo.
Ma è la chiarezza delle cose della vita, cioè della politica, che da quelle parti riflette la limpidezza del cielo, mentre da noi le cose della vita si confondono e mescolano in melmosa omologazione, rivaleggiando con le turbolenze tossiche delle polveri sottili e del biossido di carbonio dello smog. Fin dal primo momento, nessuno tra i compagni venezuelani si sarebbero sognato di fraintendere le tanto turpi quanto evidenti provocazioni di un “Esercito Islamico” che agisce a parla in sincrono con il mercenario Cia Ayad Allawi, a sua volta sgambettante dai fili di Donald Rumsfeld, Ariel Sharon e neonazisti vari. Prima - hanno scritto sui loro giornali i bolivariani, che non hanno la vista ottenebrata dalla fregola di andare al governo con i propri opposti – questo “Esercito Islamico”, né islamico, né iracheno, chiede il ritiro di 50 insignificanti filippini che, comunque, se ne sarebbero dovuti andare un mese dopo. E si accredita come grande vincitore nei confronti di una presidente Gloria Arroyo, che, amichetta di Clinton in gioventù, come sente un fischio statunitense arriva al godimento e, dunque, ritirando i suoi ragazzi, ha danzato al trillo di uno zufolo pseudoiracheno il cui fiato sapeva distintamente di stelle e striscie. Acquisita credibilità resistenziale, questi specialisti Mossad si sono rivolti al bersaglio vero: giornalisti ficcanaso e non embedded (con qualche magagna dal punto di vista iracheno, tipo la familiarità con l’agente occidentale Scelli e le intimità con le soldatesse USA), e il vero, massimo stato canaglia, la Francia laica e del rispetto per gli arabi e musulmani, la Francia, magari imperialista di suo, ma massimo intralcio allo “scontro di civiltà” finalizzato alla conquista sion-statunitense del mondo. Ora, per capire queste cosucce elementari, basterebbe saper distinguere tra oro e piombo. Cosa che d’acchito hanno fatto tutti gli arabi e tutti i musulmani del mondo, compresi 60 milioni di francesi, da Chirac a Monsiù Benoit., nonché una gran massa di compagni che si sono allenati a studiare la differenza tra un comunista e, che so, il segretario di Rifondazione.
Non così da noi. Per esempio e limitandosi a RC, i vari dirigentoni Consolo, Migliore (quello dal cognome-presa per il culo), Bertinotti stavano a Caracas per il referendum e sapeste quanto erano antimperialisti, filocubani e internazionalisti, al fianco di tutte le resistenze, da quelle parti (non che avessero convinto: ricordo deputati bolivariani che mi chiedevano angosciati come fosse possibile che comunisti antimperialisti, antiliberisti almeno, andassero al governo con D’Alema, autorevole sponsor dei locali fascisti). Gli è bastato farsi mezza dozzina di fusi orari e rientrare nella rete di ragno delle “maggioranze”, delle “coalizioni democratiche”, dei ministri di Rifondazione, della non violenza alla faccia dei cani di Abu Ghraib attaccati alle palle, del Risiko per le regionali, che le resistenze sono tornate a essere “terrorismi”, tutti uguali, tutti orrendi, saddamisti, muktadisti, eserciti islamici, zarkawisti, alqaidisti, kamikaze palestinesi. Ma il top l’hanno davvero raggiunto e superato con la Cecenia. Devo dire che il “Manifesto” ci ha messo del suo, una cazzuolata di calce sulla tragica faccia della verità e buonanotte ai suonatori (e meno male che c’è stata la rettifica a muso duro di Marina Forti, che ha raccontato l’oscena verità sulle “donne martiri” cecene!). Il cerchio, poi, l’ha chiuso sul giornaletto di RC Antonio Moscato, un “intellettuale organico” di Bertinotti, che da anni si muove in perfetto sincrono con gli estremisti della comunità ebraica statunitense, detti neocon ma in tutta evidenza neonazi, ex-trotzkisti come lui (anzi, a dispetto di Trotzki, Moscato trotkista si dice ancora, quanto il capetto della combriccola, Salvatore Cannavò, che edita una fanzina, “Erre”, e scrive editoriali in cui altalena giocosamente tra acrobazie rivoluzionarie e inchini a sovrani e distributori di poltrone).
L’assonanza di Moscato con la banda di tagliagole di Wolfowitz non è solo nominale. Va nel profondo. Mi ritrovai a dibattere sulla Jugoslavia con questo luminare dell’università di Lecce. Dopo una sua “ricostruzione” storica dell’indipendentismo kosovaro e della necessità genetica della Grande Albania, della stessa disinvoltura onirica con cui su “Liberazione” del 3/8/04 ha inventato una storia del popolo ceceno (vedi aa-info@yahoogroups.com “Antonio Moscato e Zbigniew Brzezinski in prima linea per squartare la Russia”, originato da “Coord.Naz.per la Jugoslavia”), Moscato è arrivato ad attribuire ai tagliagole e narcotrafficanti dell’UCK di Hashim Thaci, guidati da Osama Bin Laden e foraggiati da Germania e USA, i meriti e la nobiltà di un’autentica lotta di liberazione. Il tutto anche allora corredato dall’ampio ventaglio di invenzioni e menzogne sulle “atrocità serbe” con cui le agenzie apposite (Ruder & Finn, Hill & Knowles), oltre al Pentagono e ai media assoldati, hanno accompagnato la pulizia etnica contro i serbi e lo sbranamento della Jugoslavia. E il tutto anche assolutamente privo di riferimenti alla strategia nazifascista, prima, e imperialista eurostatunitense, poi, di sbriciolare i Balcani a forza di “piccole patrie”, identitarismi tribali, etnici e confessionali, strategia identica a quella che oggi, utilizzando i soliti mercenari di Al Qaida, strumento privilegiato dei nazisionisti di Washington e Tel Aviv dall’11/9 in poi, viene sostenuta da Moscato per il Caucaso del petrolio appetito dagli USA e da altri. E qui è assai istruttivo citare, dal testo del Coord. Naz. per la Jugoslavia, un documento di pugno del capo delle SS Himmler: “Nel trattamento delle etnie straniere dell’Oriente dobbiamo vedere di riconoscere e di badare quanto più possibile alle singole popolazioni… Ed ovunque si trovino pure solo frammenti etnici, ebbene anche quelli. Con questo voglio dire che noi non solo abbiamo il più grande interesse acchè le popolazioni dell’Oriente non siano unite, ma che al contrario siano suddivise nel numero maggiore possibile di parti e frammenti. Ma anche all’interno delle stesse popolazioni non abbiamo alcun interesse a portarle all’unità ed alla grandezza, a trasmettere loro forse pian piano una coscienza nazionale ed una cultura nazionale, bensì piuttosto a scioglierle in innumerevoli piccoli frammenti e particelle…” Non vi ricorda niente? La Nato in Jugoslavia, Israele nel mondo arabo, gli USA in Medio Oriente, in Iraq, nell’Afghanistan affidato a fantocci e “signori della guerra” rifornitori di eroina alle banche amiche? Come ideologo di riferimento non c’è male.
L’accantonamento totale che questo collateralista, oggettivo o soggettivo (la responsabilità per questi sconvolgimenti di menti indifese resta uguale nell’un caso e nell’altro), compie delle strategie di genocidio terroristiche e imperialiste e del quadro geopolitico degli interessi in cui si inserisce la ferocia sanguinaria senza pari dei gangster teleguidati di Cecenia o Kosovo, (esaminato, invece, con competenza e onestà dal non-comunista, ma professionista e persona perbene, Giulietto Chiesa) la ritroviamo anche in altri sostenitori slavofobi dell’UCK e della causa grandalbanese: Astrid Dakli e K.S. Karol, ahinoi sul “Manifesto”. Dakli, del resto, si era già fatto notare al tempo della distruzione della Jugoslavia quando, a pulizia antiserba in corso, seppe percorrere il Kosovo ormai albanesizzato e postribolo di Nato e ONG, come fosse un giardino all’italiana, senza vedere neanche un fil di fumo spiraleggiante dai 150 monasteri medievali inceneriti dall’UCK, o una casa bruciata con le famiglie serbe e rom dentro, o qualcuno dei 300.000 serbi in fuga dalla propria terra. All’indomani della carneficina, i due esperti di Cecenia del quotidiano, del quale non possiamo fare a meno, si sono superati. A che pro dilungarsi su un’analisi della natura e composizione e motivazione di “combattenti”, “guerriglieri”, “indipendentisti” (mai terroristi, quelli stanno solo in Palestina e Iraq), sul retroterra di un fondamentalismo d’importazione, guidato da stranieri scaturiti da Al Qaida, cioè dalla Cia, che acchiappa disperate e soggiogate donne, le carica di tritolo e le fa esplodere a distanza (pure, queste cose sul “Manifesto” sono uscite! Elettra Deiana, Imma Barbarossa, Lidia Menapace, voi così pronte a saltare con artigli affilati come Freddy Kruger sulle aberrazioni patriarcali, perché tacete?)? Perché indugiare ancora sull’abominio agghiacciante, inedito in qualsiasi autentico movimento di liberazione, di un terrorismo macellaio che colpisce nei metrò, sugli aerei, negli ospedali, nelle scuole, che pratica i sequestri per riscatto? Perché attardarsi sui risultati di elezioni che, sistematicamente, danno maggioranze schiaccianti e verificate da terzi a coloro che vogliono restare in uno Stato degno del nome, piuttosto che in una colonia USA amministrata da lanzichenecchi? Basta ripetere “elezioni farsa”, non c’è bisogna di dimostrarlo, non fanno così anche gli amici di D’Alema e dell’Internazionale massonico-socialista in quella “Coordinadora Democratica” che esegue i golpe Cia in Venezuela? E, soprattutto, perché andare a sfrucugliare su cosa significhi oggi, alla luce della “Grande Scacchiera” dell’annientatore di Stati Brzezinski, il Caucaso degli idrocarburi e degli oleodotti, che ha in Cecenia il suo nodo decisivo? O il petrolio continua ad andare verso Nord e arriva nel mondo passando, con le relative remunerazioni politico-economiche, per la Russia, o questo Nord viene tagliato fuori e messo alla mercè dei rubinetti occidentali con un percorso, controllato dagli USA, dalle origini alla Turchia, al Kosovo appunto, all’Albania? Cosa c’è di vero nelle voci sulle cisterne di dollari che dalla Exxon arrivano al socio di Osama (l’altro è Bush) Shamil Bassaev? Qualcuno potrebbe vedersi offuscare la vista da un conglomerato di analogie tra 11 settembre, assalto alla Jugoslavia, transito rivale delle risorse e serratura antimperialista, assalto all’Afghanistan dell’Unocal cui i Taleban negavano un oleodotto e piantagioni di papaveri (le avevano sradicate), assalto all’Iraq che teneva duro da quarant’anni a difesa del suo petrolio e del suo Stato sociale, a sostegno dei palestinesi, a spiraglio del riscatto arabo. E Moro che parlava di “convergenze parallele”! Già, si era reso conto. Non per nulla le BR… E poco vale la parziale correzione di rotta del Dakli del giorno dopo, forse imposta da una sana rivolta della redazione, in cui, detta qualche parola di biasimo per gli “orrori” della guerriglia, torna al fondo del suo abisso politico falsificando le cause dell’eccidio, attribuite, contro ogni evidenza accettata perfino dai tg di regime, alla ferocia sanguinaria di Putin e non ai mostri che fanno scoppiare le proprie donne in mezzo ai bambini, imponendo ineluttabilmente il blitz.
Tutto questo, con i Moscato, i Dakli, i Karol, i Barenghi del “meglio gli occupanti americani”, va fatto sparire sotto il tappeto. Visto che i neonazi di Washington hanno dato indicazione di sventrare nazioni multietniche e laiche, soprattutto quelle che ostacolano la rapina universale delle risorse, e di prevenire il sorgere di qualsivoglia rivale al dominio universale degli USA, con Israele al guinzaglio (o viceversa), la bisogna chiama alla criminalizzazione mediante inquinamento, per trascorsi ed esperienza con ogni probabilità Mossad, di chi resiste, sacrosante armi in mano, e alla benevola e indulgente comprensione per chi delinque contro i futuri “rivali”, anche straziando forzate kamikaze e centinaia di bambini. Fanno un buon lavoro, questi “analisti”. Qualcuno li ricompenserà. Alla stregua di Marco Pannella, che già solo sopravvivendo ferisce la dignità umana e che non è mancato all’appuntamento con Moscato e soci. Da giorni quella faccia devastata dalla corruzione sbraita che i “combattenti” della scuola in Ossezia sono “partigiani alla Ghandi”. Ringraziamolo però, il patron di quell’altro bravo giornalista, Antonio Russo, che dopo aver berciato su Radio Radicale, da un nascondiglio in Macedonia, come “dalla sua finestra a Pristina” si vedessero i serbi arrostire allo spiedo bimbetti albanesi, è stato fatto fuori proprio dalle parti dei cavernicoli attivati in Cecenia. Senza il parallelo con il capoccia transnazionale, come potremmo comprendere fino in fondo la natura del pensiero di Moscato?
Una citazione a parte merita Gennaro Migliore, un prodotto che pare sfuggito al suo artefice prima delle rifiniture finali, uno che Bertinotti ha reso responsabile delle relazioni internazionali, ma anche uno che ha nel cognome il risarcimento per tutto il resto. Poteva Gennaro Migliore esimersi dal rilasciare una “nota di commento”, al pari di Ciampi, Schroeder, Chirac, Woytila? No, non poteva. Poteva il tabloid “Liberazione” esimersi dal pubblicare in apertura e in grassetto, sotto il titolo fuorviante “Migliore”, il testo di questa esternazione? Ovviamente, non poteva, salvo attirarsi le ire del fratello grande del Nostro. Gennaro non dice nulla di originale, se lo si confronta con gli elucubrati ceceni di Dakli, Curzigliardi, Michele Giorgio, Repubblica, Libero e via citando i fustigatori politically correct di quanto avvenuto a Belsan, in Ossezia. Però lo dice in modo Migliore (pensate se si chiamasse Peggiore!). In primis, prova di intuito: “E’ l’ennesima prova che esiste una lotta al terrorismo che viene utilizzata solo per compiere atti autoritari e di una ferocia indescrivibile”. Poi, inesorabile e abbagliante, la conclusione: “Non possiamo non sottolineare il fatto che il blitz delle forze speciali russe ci conferma ancora di più che a Putin della vita umana non interessa nulla”. Putin si deve contorcere a vedersi così smascherato. Reso il costumario omaggio alla teoria del suo Grande Fratello, per cui esiste e impregna di sé il mondo la famosa “spirale guerra-terrorismo”, la formidabile intuizione risolutrice dei neonazi di Washington e della cosca sionista di Tel Aviv, G.M. non esita a esprimere a voce alta, a titolo di soluzione finale, quanto gli ex-trotzkisti di oltre Atlantico osano solo sussurrarsi nelle fasi più esaltate dei festini chez Condoleezza Rice: “Una comunità internazionale che si rispetti avrebbe dovuto da tempo imporre a Putin una diversa gestione della questione cecena…” (SIC!!!) E qui solo i bonaccioni possono nutrire un dubbio se il detto Migliore si riferisse solo al dito minaccioso di Xavier Solana, ai blandi embarghi iracheni da un milione e mezzo di morti, a qualche alluvione di uranio, o piuttosto a una bella invasione da 200.000 vittime civili come quella delle Filippine, o a un bel golpe con invasione di briganti tipo Haiti, insomma alla famosa “esportazione della democrazia”.
Ma lasciamo Migliore ai suoi collateralismi e veniamo alle conclusioni. Sulle quali c’è poco da scherzare. Con il vindice dell’UCK Antonio Moscato che attribuisce allo stesso Putin e al suo bisogno di popolarità (sic!) gli orrendi attentati degli agenti imperialisti in Cecenia e nel resto della Russia, quasi fosse un Bush, al Migliore che chiede l’intervento di quella collaudata associazione per delinquere che è la “comunità internazionale”, per imporre a Putin, al Caucaso ambito dagli USA e dall’UE, e al popolo ceceno quello che i terroristi Cia non sono ancora riusciti a imporre, il cerchio si chiude davvero. Esperta di sillogismi, come il più raffinato dei sofisti, questa gente, e i giornali che non si peritano di farsene infangare, argomentano: Bush e Berlusconi solidarizzano con Putin, Bush e Berlusconi sono cialtroni, ergo Putin è un cialtrone. E pensare che sono proprio quelli che, rovesciandosi nel loro opposto (specialità di certi pseudotrotzkisti), ci ammoniscono contro l’equazione: il nemico del mio nemico (mettiamo, la Resistenza irachena, i martiri palestinesi) è mio amico. Non gli passa per la mente (per la mente, magari sì, per la penna falsa e bugiarda no) che se Bush e Berlusconi sostengono Putin è perché devono a tutti i costi mantenere in piedi il teorema – oh, quanto vincente! – del “terrorismo internazionale”, del “terrorismo islamico” che richiede di essere combattuto., con le stragi dagli uni, con la politica, ma non solo alla fine dei conti, dagli altri. Solo così è possibile affogare nella nebbia le patenti motivazione degli eterodiretti macellai ceceni: risuscitare gli oligarchi mafiosi amici di Sion, del FMI e dei neonazi, tagliare la vena giugulare russa dell’energia, far avanzare il progetto imperialista di eliminazione degli ostacoli al dominio planetario.
Senza saperne assolutamente nulla, senza esibire uno straccio di prova, automatizzano: le elezioni in Cecenia sono, a priori, “una farsa”. E hanno sotto i piedi una democrazia che ha prodotto un presidente mondiale con i brogli, che conduce guerre permanenti contro nemici fabbricati in provetta e di cui dirige ogni passo, che permette come un partito del 5% (RC) abbia 11 deputati e uno del 4% (la Lega) ne abbia 50, che fa vincere le elezioni a chi ha avuto in dono dai poteri occulti e criminali tutti i mezzi di comunicazione (facendo allineare gli altri a questa imbattibile potenza di fuoco) e così si è rubato il cervello anche dell’avversario, che finge alternanze o alternative facendo correre uno contro l’altro due fantini sullo stesso cavallo, ovviamente di razza. Quanto a me, le uniche votazioni che abbia mai visto svolgersi in termini ineccepibili sono quelle del Venezuela della rivoluzione bolivariana, nelle quali ha sempre vinto chi aveva contro proprio i berlusconidi mangiatori di cervelli. Nelle sinapsi di questa gente circolano vari tossici: razzismo eurocentrico, arroganza cattolica apostolica romana, elettismo sionista (popolo eletto), dosi massicce di islamofobia e slavofobia, la pluriscreditata teoria negriana dell’intesa imperiale euro-russo-statunitense contro le “moltitudini”.
Il trucchetto della disperazione è infine quello che avalla il gioco delle parti tra un Shamil Bassaev, di cui è difficile giustificare fanatismo integralista, ferocia sanguinaria e origini Al Qaida-Cia, e un Maskhadov, “presidente” ceceno indipendentista moderato che, tuttavia, con il primo prende il tè ogni pomeriggio alle cinque, si schiera con gli angloamericani nella liquidazione dell’Iraq e, a parte qualche strumentale presa di distanza dai massacri di bimbetti, a uso mediatico e moscatiano, con i terroristi scatenati dagli USA condivide in toto strategie e obiettivi: la Cecenia, l’Abkhazia, l’Ossezia, il Daghestan, come la Georgia e altri stati caucasici, cioè tutto il petrolio, all’imperialismo, in cambio del guiderdone riservato ai proconsoli della criminalità organizzata dei sequestri e della droga. Della sinergica accoppiata separatista e narcotrafficante albrightiana Thaci-Rugova si sono scordati tutto.
E così, cari compagni, i nostri vessilliferi politico-mediatici hanno perfezionato il lavoro dei neonazi avanzanti in Medio Oriente e in Asia: il delinquente vero non è chi ha scatenato l’inferno all’interno della scuola di Belsan in Ossezia del Nord (o fa precipitare aerei, proprio come l’11/9, o polverizza pendolari nella metropolitana, o uccide malati negli ospedali), facendo esplodere povere donne ricattate e mitragliando fagottini nudi in fuga, ma coloro che non potevano non cadere nella trappola e intervenire alla cieca prima che morissero, non 300 o 400, ma tutti i 1500 ostaggi, ostaggi del mostro imperialista e della subalternità di finti sinistri.
Un’ultima notarella per uno bravo, Alessandro Ribecchi, che da ogni “Manifesto” della domenica ci consola e incoraggia con le sue staffilate ai caporali di ogni risma. Anche lui ci parla ora di due leadership di pazzi (Bush e i terroristi islamici) e di “queste due bande di stronzi che sparano addosso a noi, noi sei miliardi di ragazzini di Beslan”. Non sono due, le bande, caro Robecchi, è una sola, anche se ha tante teste quante l’Idra. Sono stronzi in coppia, tipo Osama-Oriana, che escono tutti dallo stesso sfintere.
mercoledì, agosto 25
FULVIO GRIMALDI DA CARACAS
23/8/4
¡NO VOLVERAN!
(significa "non torneranno" ed era il tema di tanti slogan e di tante
canzoni di questa rivoluzione canterina e danzante durante la campagna per
il referendum ratificatorio della presidenza Chavez. Il "DiarioVEA",
giornale della rivoluzione, ha pubblicato una poesia-canzone così
intitolata. Ne trascrivo qualche verso, non bisognoso di traduzione, salvo
per dire che "adecos" e "copeyanos" vuole dire adeisti e copeisti, con
riferimento ai due massimi partiti della conservazione fascistoide e
golpista venezuelana: AD, Azione Democratica, e COPEI, democristiani.
"Nunca" vuol dire "mai" )
Volverà a salir la aurora
Salmos las aves le dan
Volveràn las mariposas (farfalle)
Vestidas de tafetán
Y vuelven las alegrías
Quando las penas se van
Pero adecos y copeyanos
Esos nunca volveran...
Y volverà la doncella
A los brazos del galán
Volverá a verse en las calles
Una mula y un chalán
Un butaque de madera
Una hamaca en un zaguán (amaca degli indigeni)
Pero adecos y copeyanos
Esos nunca volverán...
Volverá el cura del pueblo
A hablar con su sacristán
Y volverá San Miguel
A luchar contra Satán
Y puede volver Van Gogh
A pintar un tulipán
Pero adecos y copeyanos
Esos nunca volverán...
Volverá Francisco el Hombre
Volverá Ursula Iguarán
Volverá a adornar la Luna
El cielito en Pakistan
Puede volver otro Gramsci
Y volver otro Vietnam
Pero adecos y copeyanos
Esos nunca volveran...
Volverá Rubén Dario
Los poetas marcherán
Volverá a scriber sus versos
Ana Enriqueta Terán
Puede volver Mahoma (Maometto)
A recitar el Coran
Pero adecos y copeyanos
Esos nunca volverán...
A mercerse en un bejuco
Puede que vuelva Tarzan
Puede volver Rintintin
Puede volver Superman
Y puede volver Cantinflas
Puee volver Bolivar
Pero adecos e copeyanos
Esos nunca volveran....
Lasciare questa città è davvero strappacuore. Continuo a trovarla
bellissima, con questa sua gente, la più variopinta e bencresciuta del
mondo, a parte le larve di Plaza Altamira, che decora come una immenso
murales (fioriscono ovunque anche quelli, come nel Messico di Rivera, nella
Cuba di Fidel, nell'Orgosolo della resistenza) le neoplasie cementizie dei
megalomani speculatori e devastatori di un secolo morto, morto ammazzato da
una rivoluzione di popolo come dal 1.gennaio dell'Avana non s'era più vista.
Molte città hanno un corpo che ne esprime l'anima. Pensate a Roma, non è una
matura matrona accasciata e spampanata, con arti e vesti sparsi in disordine
per ogni dove? E Urbino? Non potrebbe sembrare un ragazzo accoccolato su un
picco che si stringe le ginocchia al mento e si guarda i piedi? Le città
spagnole della colonia sudamericana paiono le legioni di Cesare schierate
per la battaglia. Manhattan è il pettine sfuggito di mano alla statua della
libertá. Ma Caracas e la versione urbana di queste donne svettanti, in cui
la formosità africana si è snellita nella sinuosità india e il portamento è
quello delle donne mediterranee impettite ed erette dai cesti e dalle anfore
portate in testa. E se le torri un po' Sestriere del Parque Central ne sono
l'ornamento che evidenzia l'ombelico esposto, la testa vastochiomata riposa
sorridente e ombrettata tra i disordini di Sucre e Vela e insinua le trecce
tra i ranchos inerpicati sulle coste che vanno a guardare o i llanos, o il
mare. Le lunghissime gambe (non è spesso del Venezuela Miss Mondo?)
sollevano le ginocchia per superare i fetidi rigagnoli di Altamira e
Castellana e si distendono poi nel florilegio dei reperti coloniali e
barocchi di Petare, dove si nasconde la malavita, malattia cronicizzata di
un disagio sociale che ci vuole altro che sei anni di rivoluzione
bolivariana, di buongoverno e "misiones" sociali per riscattare da una
storia di abughraibismi di mezzo millennio.
Eppure nei quattro anni in cui questo governo bolivariano ha potuto condurre
e potenziare la sua azione, nonostante le battute d'arresto del golpe, della
serrata genocida, dell'immane spreco inflitto dalle inutili sceneggiate
della raccolta di firme per il "revocatorio" e per la sua attuazione, dei
sabotaggi all'apparato produttivo specie petrolifero, delle cospirazioni
calombiano-statunitensi, l'eterno 70% di popolazione vegetante intorno alla
soglia di povertà ha potuto essere ridotto di dieci punti, quest'anno,
appena 18 mesi dallo sciopero padronale nazionale, quella venezuelana è la
prima economia dell'America indio-afro-latina, con una crescita prevista a
fine anno del 10%, con in questi mesi un milione e mezzo di eterni esclusi
alfabetizzati con la "Mision Robinson", con centinaia di migliaia di giovani
ricuperati al diploma, alla Maturità e alla laurea dalla "Mision Ribas", con
12 milioni di cittadini da sempre dimenticati raggiunti dalla "Mision Barrio
Adentro" e dai presidi sanitari dei medici cubani, con un milione e mezzo di
contadini diventati padroni della loro terra, inclusi in cooperative di
produzione e distribuzione che fluiscono verso i "mercal", specie di mercati
davvero "equi e solidali" e che tagliano fuori la grande distribuzione
vampira, spesso in mano agli italiani, con altre centinaia di famiglie
diventate padrone delle loro casette nei ranchos dell'arbitrio, dell'abuso e
della precarietà di autoproclamati proprietari, proprietari in virtù di
diritti pretesi assegnati da un qualche Filippo o Carlo d'Asburgo.
Scavando tra le mie rughe più recenti ho ritrovato un viaggio attraverso il
Venezuela nel corso del blocco padronale di dicembre2002-febbraio2003.
Portava il fuoristrada del ministero dell'agricoltura un compagno che dallo
stereo traeva le canzoni della sofferenza contadina nel latidofondo
schiavista e si commuoveva sistematicamente e tirava pugni sul volante
inferocito contro gli aguzzini, incazzato con le sue lacrime. Lungo la
strada le colonne sterminate degli automobilisti e trsportatori che
cercavano un minimo di carburante per un minimo di mobilità per un minimo di
sopravvivenza. E nelle case, come mi raccontò Chavez a San Carlos, dopo che
aveva distribuito 700 titoli di proprietà di terra espropriata, la gente per
cucinare si bruciava le camere da letto. E a Maracaibo una PDVSA (la
Compagnia petrolifera manomessa e vampirizzata dai dirigenti), non ancora
bonificata con la cacciata di 19.000 parassiti e sabotatori, faceva saltare
per aria i pozzi e manometteva le valvole degli oleodotti, aveva voglia la
Guardia Nazionale, esercito del popolo, a riaprire le stazioni di servizio
quando le cisterne boccheggiavano... E non arrivavano più nè cibo, nè
medicinali, nè ci si poteva spostare fino alla scuola, o fino all'ospedale e
le milizie dei capibastone degli Stati in mano all'opposizione, dette
"polizie municipali", sabotavano il ripristino, sparavano sulle folla
tumltuante, pareva essere nei territori occupati dal sionismo genocida, si
opponevano alla Guardia Nazionale. Quei militari bruni e con le facce da
selva, mi ricordo, che quando il pus dell'oligarchia cercava di invadere i
territori bolivarizzati della capitale, protetto dal sindaco golpista
Alfredo Peña, e si trovava di fronte le schiere in rosso, col basco rosso
del comandante, per la prima volta vidi operare in difesa del popolo. Il
popolo che governava!
Ora si va verso le elezioni in tutti questi 23 Stati, più Caracas, e in
tutte le città e l'alluvione rossa della rivoluzione bolivariana promette di
penetrare nei fortini ancora in mano ai governatori della reazione, del
complotto e del ladrocinio e allora sì che per la Quarta Repubblica sarà
finita e si potrà con maggiore fiducia rafforzarsi qui e guardare al resto
del continente per quell'integrazione che è sicuramente l'unica alternativa
possibile all'ALCA, al revanscismo colonialista degli USA. A cominciare da
quella che Hugo Chavez chiama la "Petroamerica", un ente pubblico unico per
la garanzia degli approvvigionamenti a un'economia e a un progresso sociale
pure integrati.
La PDVSA ha i numeri, la forza e la visione per essere la colonna
vertebrale di questo progetto antimperialista e di riscatto sociale. E' la
terza impresa dell'America indo-afro-latina, tiene per il collo Bush e i
suoi neonazi che, per non perdere a novembre, hanno dovuto ingoiare il
boccone più amaro, dopo la gigantesca insurgenza irachena (religiosa o laica
che sia, qui sanno bene che va sostenuta senza virtuosismi
grilloparlanteschi e lo dimostrano militanti e masse, con una coscienza
internazionalista di cui ho visto uguale solo in Palestina, in Irlanda e,
appunto, in un Iraq per quarant'anni coerentemente antimperialista e
socialista nella misura del possibile): riconoscere che Chavez è il popolo,
che la rivoluzione vuole e può continuare. E' un'impresa nella cui testa,
come del resto in tutti i gangli decisivi del movimento e del governo
bolivariani, sono presenti i comunisti, intellettuali e militanti giovani e
maturi alla cui intelligenza e determinazione politica Chavez ha avuto
l'intuito e la coscienza di attingere a piene mani, fino a fare del mio
amico comunista, Willian Lara, il suo braccio destro, la guida del suo
partito e l'organizzatore della sua campagna elettorale.
Qui c'è il comunista Antonio Serra, rientrato in PDVSA, come tanti altri,
dopo 40 anni di lavoro, per riempire i vuoti della bonifica e rilanciare
l'impresa messa in ginocchio dai sabotatori con il gagliardetto a stelle e
striscie. E' il numero due della raffineria di El Palito, a Valencia, cuore
operaio storico dell'industria petrolifera venezuelana, si occupa di
sicurezza, igiene, ambiente, ma soprattutto della riorganizzazione della
società nel segno della democrazia operaia. "Da verticali siamo diventati
orizzontali", mi spiega. " I comitati operai, i tre sindacati nati nella
nuova PDVSA, ora in corso di unificazione, presidiano ogni momento
gestionale della società, decidono modi e contenuti della produzione e,
soprattutto, governano gli investimenti sociali di una compagnia che è
diventata, dopo aver subito la manomorta di dirigenti ladri, il massimo
promotore sociale del paese, con qualcosa tra il 17 e il 20% degli introiti
destinati ai servizi sociali. Non ci sono più le tre mense, per dirigenti,
quadri intermedi e operai. La mensa è unica e il Club House della direzione,
con tanto di piscina, terme, golf, spiagge, paerchi giochi, ristoranti, è
passato ai lavoratori tutti e alla comunità che vive attorno alla
raffineria". Segnali piccoli? Chissá. Piccoli non sono certi i segnali che
ci manda l'inaugurazione, proprio mentre eravamo là di un centro comunitario
realizzato dalla PDVSA, e al quale faranno capo tutte le campagne sociali
bolivariane. Del resto, senza i finanziamenti della PDVSA, poco delle grandi
"misiones" di trasformazione radicale della società sarebbe possibile.
Sul giornalone della reazione sconfitta e tanto più virulenta perchè si vede
bloccati tutti gli sbocchi istituzionali nel futuro prevedibile, appaiono
sempre più frequenti appelli all'eversione. Ci vuole davvero tanta santa
pazienza democratica, in Chavez e nei suoi, per non intervenire almeno
legalmente contro questi aperti inviti alla sedizione. Un paginone intero
sull'edizione odierna invita la "società civile" alla "disobbedienza" e,
trasparentemente, allude alla "guerra civile", la minaccia implicitamente.
(A proposito, dalle mie lontananze non riesco a sapere come si pone rispetto
ai bolivariani e a Chavez quella gente che, da noi, usa gli stessi termini
propalati dalla destra fascista e filocolonialista : "società civile",
"disobbedienza civile"...) E' vero sono stati stroncati dal voto libero e
democratico. Non gli restano altri mezzi che la violenza, il terrorismo, la
cospirazione per ricondurre a sè i compari di ideologia e di ladrocinio del
Nord del mondo. L'esempio, infatti, è proprio Bush, con il suo golpe di
Florida 2000 e i suoi attentati del 9 settembre 2001. Forse è per questo che
il comunista Antonio Serra parla della necessità di armare il popolo in
vista del ritorno imperialista. Come aveva saputo fare l'Iraq e agli USA
ancora gli duole.
lunedì, agosto 23
FULVIO GRIMALDI
CARACAS, 20/8/04
Questa e`una città bellísima, abbruttita dal potere ma riscattata
da questa sua umanità variopinta, nel senso etnico-estetico del termine,
che mimetizza la devastazione cementizia - magniloquenza fascistoide del
dittatore Hímenes, speculazione alla Ciancimino del ladrone Carlos Andres
Perez, velleità manhattiane dell'ultimo sovrano della Quarta Repubblica,
Caldera, sopraffatto da Chavez e dalla rivoluzione della Quinta - con la sua
pervasiva e allegra motilità, una nuova-antica musica che permea
calcestruzzi e asfalti, lo sconfinato rosso della testimonianza
revoluzionaria in tessuto di maglia e di bandiera, il formicolio
dell'economia informale che secerne trovate e trovatine sempre nuove. E' una
città che corre per il lungo, con per spina dorsale un rapido, elegante e
mortalmente condizionato metrò,sempre zeppo di gente, mamme con bimbi
disinvolti, già un po' bolivariani, tutti sempre premurosi e gentili. Come
un fiume ha, sulle sponde ripide, la pioggia delle favelas, qui ranchos,
rosse di tegole e traforati che, col procedere da ovest a est, degenerano in
villette e villone dei quartieri alti. E' un percorso di classe e, qui
piu`che altrove, antropologico,quello lungo il metrò da ovest a est. Prima
Sucre, groviglio di superfetazioni tuguriali e improvvisazioni edilize nate
fatiscenti, ora in rapido risanamento, 90% chavisti, proletari e anche
quelli che qualcuno con scarsa equità definì "lumpen", straccioni un po'
malviventi, sottoproletari, ma che qui sono l'ossigeno della rivoluzione
altrochè, dopo le forze produttive di Lenin, Stalin e, ahinoi, moderate da
Togliatti, dopo la rivoluzione possibile anche con i contadini senza passare
per il capitalismo, almeno fino a Mao, rivoluzione di sottoproletari e
soldati, poi di contadini e poi di operai. E pare che funzioni. Poi Bellas
Artes, Capitolio, Plaza Bolivar e Plaza Candelaria, cuore commerciale,
microcommerciale, dei servizi, piccole imprese, pubblico impiego,
focosamente chavista anch'esso, più da ideología che da bisogno. La
transizione nei quartieri Sabana Grande e Chacaito, dove tutto si mescola ed
emerge quel ceto medio urbano che la rivoluzione vorrebbe "positivo", ma che
ancora si fa fatica a sottrarre ad aspirazioni e condizionamenti culturali
fasulli. Quinde l'orrore post- e neocolonialista creolo di Altamira e La
Castellana, zeppo di grottescherie alla Telefoni Bianchi, con le ghette, o
con i cappelli alla principessa Margaret, in stile anni '30, ma
subitissimamente disponibili a precipitarse al di sotto di ogni stile, nella
barbarie di una volgarità tutta borghese, desposta a tutto pur di tenere il
tacco sul collo degli altri, quelli meno bianco-lividi, meno malati, meno
degradati in deriva genetica e intellettuale. Sono, dal punto di vista
fisico i più brutti, peggio assai anche dei drop-out barbuti e barboni che
ancora di notte rovistano nei monti di basura, ancora sfuggiti a quegli
incredibili programmi - misiones - di emancipazione sociale che la
rivoluzione, con grande aiuti umani cubani, ha iniettato nella società:
sanità, istruzione, alfabetismo, casa, terra, sport, cultura.
Il casino che vanno facendo i sopravvissuti dello sfacelo borghese, sempre
foraggiati e istigati dai vampiro planetario del Nord, per quanto buon viso
a cattivo gioco vadano facendo in questi giorni del trionfo irrimediabile di
Chavez, nasce dalla coscienza di essere cadaveri insepolti, un film
dell'orrore girato e rigirato alla disperata, con l'innesto ematico
flebizzato da Washington, scienziato pazzo che non demorde e manda la sua
creatura a sfogare la sua impotente mostruosità sulle forme di vita che
invece fioriscono. Hanno chiesto, con pretesti da farsa, di verificare i
risultati del referendum, divenuto da revocatorio imperiosamente
confermativo, l'hanno chiesto in forma irrituale, senza ricorrere alla Corte
Suprema con tanto di argomenti minimamente credibili, solo pestando
nevroticamente i piedi agganciati a quel "vedremo, una volta dissipati i
dubbi e le ombre" dei furbi statunitensi, dei vili europei, della fetida
Chiesa cattolica, immemore dei crimini inflitti alle genti di questo
continente. Generosamente, ma anche sicurissima del fatto suo, la
Commissione Elettorale Nazionale (tre membri onesti, due assoldati
dall'elite fascistoide e golpista) e gli Osservatori Internazionali,
compresi gli ex-amici fidati dell'oligarchia, Centro Carter e OSA, ora
rinnegati (fecero il diavolo a quattro per far riconoscere un milione circa
di firme di deceduti e replicanti per imporre il referendum) hanno
accettato. Hanno tirato a sorte 150 seggi, sono usciti gli stessi identici
risultati offerti dall'elettronica, anzi, ulteriori conteggi di sezioni con
procedimento manuale hanno portato la quota dei NO dal 58,25% al 59,60%. E
allora hanno disconosciuto anche questa verifica, hanno disconosciuto tutto,
anche che a mezzogiorno sono le dodici, e hanno proclamato la
delegittimazione del governo.
Non scherziamo, sono diventati più pericolosi. Il 26 settembre si giocano
quanto rimane, cioè niente. Ci saranno quelle che qui chiamano elezioni
regionali, quelle nei 22 Stati, in ognuno dei quali ha vinto Chavez
(perlopiù con percentuali del 65-75%, bravi contadini, indigeni,
cooperative, meno nei grande agglomerati urbani) e, sull'onda di quanto è
successo domenica 15 agosto, è assolutamente prevedibile che la rivoluzione,
finora a capo di soli 13 Stati, li conquisti tutti quanti . E allora sarà la
fine davvero: la omogenizzazione rivoluzionaria del paese, lo sradicamento
dei caudillo che hanno governato su piedistalli feudali di privilegio e
corruzione, sistematicamente mettendo i bastoni tra le ruote al lavoro
rivoluzionario, all'emancipazione sociale delle campagne dei militanti
bolivariani: circoli, pattuglie, unità di battaglia, così si chiamano, con
buona pace di Lidia Menapace. Linguaggio militaresco? Ebbene sì, linguaggio
da combattimento e se non è combattimento quello che queste masse e le loro
organizzazioni conducono contro l'imperialismo e i locali golpisti fascisti
pronti a tutto, che gli hanno sequestrato il capo democraticamente sette
volte eletto, che gli hanno inflitto una serrata padronale pari a un embargo
di taglio iracheno, che hanno disseminato terrorismo per le strade
del paese, che hanno cospirato con la Cia e con il Mossad, che hanno
assoldato killer, che brigano con il mafiopresidente colombiano per
squartare la propria nazione, e che da sempre hanno rubato, rubato,
rubato...
Oggi questa marmaglia da Notte dei morti viventi, vista la tenaglia in cui
si trova incastrato il padrino Bush tra criminalità organizzata di Miami,
che reclama il pagamento del debito contratto con il golpe elettorale della
cosca sion-fascista del gennaio 2000, e prezzo del petrolio che la
fantastica resistenza irachena infligge alle sue speranze novembrine di
rielezione e il cui calmiere solo Chavez può assicurargli, pensa di poter
forzare la mano agli USA lacerando le vene del paese. Mendoza, governatore
dello Stato di Miranda e capo della cosiddetta Coordinadora Democratica,
cupola
mafiofascista dell'opposizione, e Cisneiros,berlusconide mediatico, si sono
precipitati in Florida a raccattare sostegno al terrorismo. Si tratta di
mandare in vacca le elezioni di fine settembre, niente più elezioni visto
che le vincono gli altri, è la tradizionale lezione della classe dirigente
USA. E allora che si spari nelle strade, che i deputati dell'opposizione
vadano sull'Aventino, che si ricuperi tra gli amici nel pianeta una fiducia,
ora persa per la disfatta, attraverso la delegittimazione istituzionale, che
si torni a parlare del "colonello golpista", dell'autoritarismo
pseudodemocratico del tiranno, delle brigate armate clandestine a promozione
della rivoluzione....
C'è già un precursore. L'Italia, come spesso di questi anni e decenni, fa
una figura di merda. E mica il governo, mica i forzaitalioti, anzi, hanno
riconosciuto, sulla scia di tutto il mondo, la vittoria di Chavez, magari
contorcendosi dagli spasmi. Qui c'è un giornale di destra, massimo organo
dell'oligarchia, una specie di "Libero" con meno indegnità professionale,
che si chiama "El Nacional", fonte prediletta, anzi, unica, dell'ANSA. Ieri
pubblicava con fierezza, uno accanto all'altro due articoli omologhi. Uno di
tale "famoso costituzionalista" Hermann Escarrà, faccia alla Bondi (e
basterebbe), che, vista la caduta di tutte le opzioni per la rivincita, si
rivolge alle Forze Armate e, democraticamente, le invita a ricordarsi che
non devono essere "leali a un uomo, bensì alla nazione, specie quando le
istituzioni sono delegittimate". Un chiaro invito al golpe e, se non
funziona, ci sono sempre i paramilitari riabilitati e i militari di Uribe.
Accanto, appunto, foto e parole, entrambe rivoltanti nel contesto, di tale
Ignazio Vacca, dirigente dei DS, mi auguro, per il decoro della famiglia,
non parente di Salvatore. Vacca, osservatore internazionale del referendum,
non ufficiale per eccesso di sputtanamento, ma invitato e accreditato dalla
Coordinadora, cioè da quelli del golpe dei 17 morti ammazzati, della serrata
che ha fatto perdere 10 miliardi di dollari al paese e la salute a tanti
deboli,degli attentati terroristici di questa primavera, del rifiuto di
stare a qualsiasi regola del gioco. Un DS!
Vi potete sbigottire solo se non sapete che fu preceduto qui come corifeo
dell'oligarchia golpista da D'Alema, questo Vacca, che nell'intervista
arriva a minacciare, dopo diffuse imprecazioni contro la "democrazia non
articolata" dell'autoritario Chavez ed esaltazioni della politica sociale e
inclusiva dei fantaccini Cia di Plaza Altamira (di cui apprezze le
componenti progressiste), "l'intervento contundente della comunità
internazionale" qualora Chavez non mettesse la coda tra le gambe.
Peggio di questo cialtrone diessino e del suo capo opusdeista solo il
cardinale Castillo Lara, presidente emerito della Pontificia Commissione per
lo Stato Vaticano, cui è stata messa a disposizione per certe farneticazioni
revansciste addirittura la Radio Vaticana. Il prelato, che figura tra i
papabili e sicuramente sarebbe degno del predecessore finto pacifista e
disintegratore della Jugoslavia e dei poveri di America Indio-afro-latina,
si dice sicuro del 65% per cento conquistato dal "sì" alla revoca di Chavez,
illuminato come tanti dallo Spirito Santo, e afferma di sapere che ai poveri
Chavez ha dato 60 dollari a testa perchè votassero "no". Moltiplicate 60 per
quasi sei milioni e avrete gli introiti petroliferi del paese per un
semestre. Costo un po' alto per uno che ha dietro da sei anni la maggioranza
del popolo. Del resto, la conferenza episcopale del Venezuela non è stata da
meno: guai a non dissipare i dubbi, a non cancellare le ombre del voto...
Ho parlato con tanti amici qui: Rodrigo Chavez, coordinatore nazionale dei
Circoli Bolivariani, i soviet di questa rivoluzione, Hector Navarro,
ministro dell'istruzione superiore, Efraim Andrade, ex-ministro e iniziatore
della prima vera riforma agraria mai fatta in America Indio-afro-latina, il
deputato Willian Lara, coordinatore nazionale del MVR, organizzatore
straordinario della campagna elettorale, braccio destro di Chavez, i
compagni del PCV, la coordinatrice nazionale della Scuola Bolivariana, pure
una compagna, l'altro deputato Rafael Lacava. Una squadra di tutto rispetto
per una rivoluzione di tutto rispetto. Se si appaiano ai nostri politici
viene da farsi flagellanti. I loro giornali non si arrendono alla logica e
alla disinformazione imperialiste: terrorismi, moltitudini, disobbedienze,
menate varie. Dovreste vedere come la TV di Stato e il quotidiano della
rivoluzione "Diario VEA" trattano la resistenza irachena, con che rispetto,
con che dettaglio, con che gratitudine per questa eroica avanguardia della
lotta antimperialista. Ieri, per esempio, paginone centrale e grandi servizi
tv sul 60. anniversario della conquista di Parigi da parte dei partigiani
francesi, grandi ricordi di Garcia Lorca, assassinato in questo giorno del
1936, e della battaglia rivoluzionaria dei repubblicani di Spagna. C'era
pure la foto del comandante Luigi Longo. E ora qui ci si presenta un Ignazio
Vacca! Non fanno confusione qui tra terrorismi e guerriglia, tra provocatori
e resistenti e ogni Intifada è sacra fino alla vittoria.
Mi ha detto Rafael Lacava, che pure frequenta Bertinotti, Gennaro,
anagraficamente Migliore, un Marco Consolo che si occuperebbe ( a noi pare
un po' clandestinamente) di Sud America, di trovare inconcepibile che si
possa stare insieme a un D'Alema che qui appoggia apertamente i fascisti,
che ha bombardato e squartato la Jugoslavia, che accetta altre guerre. A
questi venezuelani qui, non credo che i compagni di RC abbiano raccontato
cosa dicono e fanno a proposito di Cuba (e di chi Cuba difende con l'arma
della verità), o la massima del detto Migliore che "Intifada fino alla
vittoria non sarà mai la nostra parola d'ordine". Non gli sarebbe
convenuto... E, infatti, Lacava aggiunge: noi qui abbiamo vinto e da sei
anni vinciamo perchè al popolo abbiamo proposto un programma totalmente
alternativo, per una società totalmente diversa, non ci siamo confusi con i
residui del vecchio regime, AD (Azione Democratica) o Copei
(Socialcristiani, si fa per dire), con un corredo di ex-trotzkisti che
ancora si chiamano "Bandera Roja" e altri fasulloni detti "MAS" (Movimiento
al Socialismo), non siamo stati moderatamente diversi. Avremmo perso. A
copiare ci si rimette sempre". C'era da pensare a Treu, Bersani, Turco,
Fassino... e ai loro futuri alleati.
Ho fatto un bell'incontro ieri, al CNE (Commissione Elettorale Nazionale).
La più importante figura della sinistra sudamericana, la più rivoluzionaria,
quella che ai portoalegristi d'antan sbattè la porta in faccia quando questi
no-global e disobbedienti rifiutarono la presenza di Fidel e delle FARC
colombiane. L'anno dopo, poi, venne lì Chavez, fu un trionfo e dei
disobbedienti si parlò sempre meno, con i risultati poi visti a Mumbai. Hebe
de Bonafini, la madre delle Madri di Plaza de Majo, qui anche lei come
osservatrice, accanto all'altro grande, Eduardo Galeano, mi racconta come
fosse assai perplessa, anzi contraria, su Chavez, "per via delle sue origini
militari". E aggiuge: "Ma da quando ho capito chi fosse Chavez, cosa volesse
e cosa facesse, lo vedo con occhi ben diversi: Il suo è un processo che
aiuta tutti noi latinoamericani, un processo rivoluzionario impegnato,
intelligente e ingegnoso. Il presidente Chavez è un saggio, un tipo che se
se ne ascoltano discorsi, si capisce quello che dice, si sente uno che sa
molto, che ha letto, che si spiega in modo che lo si comprenda. Sono pochi i
presidenti che hanno queste qualità: Fidel Castro e Chavez, non ne conosco
altri. E' così che vediamo il processo bolivariano con occhi assai positivi.
Questo presidente non retrocede, va avanti, cammina, cammina, cammina... e
avanza. C'è una bella diferenza, del resto, tra militari argentini e
militari venezuelani. I primi vengono dalla borghesia, dai terratenientes, i
secondi, da quando Chavez e i suoi vi lavoravano negli anni '80, sono figli
del popolo, dei poveri e dei ceti medi". Del resto, arricciare il naso
perchè uno viene dal militare, almeno da queste parti, è come arricciarlo di
fronte a chi proviene da un ghetto nero.
Se lo dice Ebe. E quasi sei milioni di venezuelani...
mercoledì, agosto 18
Fulvio Grimaldi
da Caracas, 17/8/04
Sta placandosi il tempo della grande festa. Come rilanciata dalla fiondata
impressa,come suole,
dalla controrivoluzione, riparte la rivoluzione bolivariana che, per Chavez,
piaccia o non piaccia all'oligarchia fascista e golpista spodestata e ai
suoi sponsor e padroni USA,"ahora vamos a aprofundir". E parte anche la
Grande Provocazione. Poche ore fa, nel lunedì della travolgente vittoria del
popder popular, finita l'intervista con William Lara, braccio destro di
Chavez e coordinatore nazionale del suo partito, MVR, ero andato a vedere le
facce livide dei sopravvisuti alla "derrota" dei 20 punti di differenza
nella più massiccia votazione nella storia di questo paese. Erano rimasti,
nella roccaforte di Plaza Altamira, non più di un migliaio di sopravvissuti,
piccola e media borghesia creola profondamente reazionaria, la carne da
cannone dei grossi capitalisti e latifondisti, politici maneggioni e
scaltri della dalemiana Azione Democratica e del democristiano Copei, giá in
volo per Miami (i Cisneiros, i Mendoza), sulla scia dei golpisti finiti in
quel pozzo nero, ricettacolo di ogni turpitudine mafiosa e di ogni imbroglio
bushiano, nel 2oo2. Questi, urlando contro la "fraude" e contro Carter che
avrebbe accettato la "fraude" chavista in cambio di petrolio, dovevano
reggere la coda ai rimasugli di destabilizzazione messa in atto all'indomani
della disfatta, già consacrata da proprio tutti i sondaggi pre-referendum
e poi sancita nientemeno che da Gaviria, per l'OSA, e da Carter per gli USA,
cioè nientemeno che da coloro di cui l'oligarchia più si fidava (fiducia che
sarebbe stata giustificata se solo il popolo venezuelano avesse deciso di
misura e non a valanga).
Con la coazione a ripetere del potere impunito, ecco che spuntano tre
energumeni, a faccia scoperta, a piedi, in mezzo alla piazza bloccata su
tutti i lati dalla polizia amica e dai pompieri, sparano nel mucchio dei
capannelli vocianti , falciano otto persone, una morirá, spariscono senza
che nessuno delle centinaia tra agenti e vigili faccia neppure la mossa di
catturarli. Scena identica a quella del giorno prima, quando bande di ignoti
in motocicletta hanno sparato sulla folla in coda per votare nei quartieri
popolari e hanno ucciso. Scena ancora più identica a quella dell'aprile
2002, allorchè una manifestazione dei riccastri di Caracas Est contro Chavez
fu bersaglio di cecchini che poi furono identificati come agenti israeliani.
Poi fu il golpe e la controbotta della giustizia proletaria.
Scopo evidente di questi remake: provocare una risposta, far perdere il
controllo alle parti in causa, suscitare la scalata della violenza , fino
alla guerra civile.
Erano in attesa dei loro capibastone, le signore inanellate e pur sempre
fresche di estetista e i giovanotti muscolosi con occhiali a specchio e
supermoto, ma i magnate dell'informazione e della pandemia di menzogne alla
Cisneiros, i delinquenti pseudosindacali alla Carlos Ortega, la cosca del
governatore dello Stato di Miranda, Enrique Mendoza e del suo improponibile
rivale nella successione a Chavez, Marcel Granier, altro berlusconide dei
media e della mafia, giá erano a Miami, ad ascoltare le istruzioni del
padrone per la nuova situazione e, soprattutto, a mettere al sicuro i frutti
di secolari rapine al popolo vampirizzato. Si presenta solamente un numero
tre o quattro dell'AD-Copei, che, nel tornado di bile che lo investe, invoca
la calma, la pazienza, l'autocontrollo. Eh gíà ci sono le telecamere, quelle
internazionali... Le istruzioni vere, quelle appropriate si daranno dopo, al
chiuso.Se si daranno. Giacchè questa marmaglia è profondamente divisa, la
disfatta l'ha inviperita ulteriormente, c'è un addossare la colpa al rivale
nell'impossibile gara a una rivalsa democratica nella scadenza del 2006, c'è
chi da retta ai sion-nazisti di Washington che vorrebbeero torrenti di
sangue per le strade, fino a un intervento dalla Colombia per accaparrare
almeno lo Stato confinante di Zulia (ancora sotto governatore di destra),
quello che galleggia sul petrolio, alla maniera di Panama, o del Kuwait. E
c'è chi dice calma e dollari, ora il petrolio costa troppo, magari Bush
perde le elezioni, serve un Venezuela che non interrompa il flusso del
combustibile capitalista per soddisfare i terratenientes. Ci penseremo dopo
ad annegare nel sangue, in qualche modo, questi rigurgiti di Americhe
reaparecide.
Kuwait, Iraq. Non c'è intervento pubblico di Chavez in questi giorni in cui
non si riferisca all'Iraq, sia per far capire quanto si rischiava e quanto
si è evitato, per ora, sia per un debito nei confronti di quegli altri che
stanno mettendo in ginocchio statunitensi e loro camerieri e boia: i
partigiani iracheni. C'è in tutto il processo bolivariano un collegamento
diretto con gli Stati Canaglia, con quei paesi che, ci piaccia o no, sono
l'argine all'olocausto, un lavoro verso quel fronte antimperialista che
Chavez già negli anni passati aveva adombrato stringendo rapporti con paesi
come Iran, Iraq, Corea del Nord, Libia a fottendosi sia della collera
imperialista, sia dei nasi arricciati dei nostri utili idioti. Sapendo
meglio di loro che cosa fosse in gioco. E William Lara, che può essere
considerato il massimo artefice organizzativo della stravittoria, in quanto
responsabile nazionale di quell'incredibile organizzazione che ha visto la
mobilitazione di migliaia di militanti (qui si dice così, non "volontari" o
"attivisti") nelle "Pattuglie Elettorali", nelle "Unità di combattimento
(qui si dice così, mi dispiace, Lidia Menapace o Gennaro
"Migliore")elettorale", nei Circoli Bolivariani, veri Soviet onnipresenti
nei luoghi della vita, dello studio, del lavoro, della sofferenza, William
Lara ribadisce l'originalità dell'esperienza bolivariana, che non vuole
essere modello a nessuno, ma che crede anche profondamente nell'"ALBA".
"Alba", per Alternativa Bolivariana per l'America, in guerra dichiarata
contro l'ALCA, che è il modo statunitense per ricolonizzare quanto perso
dalla Spagna, dal Portogallo, dall'Inghilterra, da una Chiesa che, in
questoi paese, è proprio una fetecchia filofascista,
dai feudatari, dai gorilla e dalle multinazionali USA, quello contro il
quale insorsero i maja del Messico, illusi e abbandonati, fetticcio abusato
di vaneggiamenti nonviolenti, quello contro il quale qualcosa serpeggia con
forza in tutto il continente Sud. Perchè, come ci ha detto ierisera Chavez
in una conferenza stampa tutta sui generis, che vedeva il presidente
prorompere in canti, risate, nomignoli per i giornalisti riconosciuti, qui
non basta dire dei NO, no all'Alca, no all'FMI, alla Banca Mondiale, alle
multinazionali, al mercato-dio. Qui bisogna fare progetti, essere positivi,
impari Fassino (ma quando mai), proporre qualcosa di radicalmente diverso,
rovesciare il sistema,
pensare a un banco continentale etico per davvero, per il microcredito che
qui ha fatto fiorire un'economia di cooperative al posto del latifondo e
della grande distribuzione e produzione, per i finanziamenti allo sviluppo
sociale, alla sanità, all'uscita dalla fame. E intanto c'è il Mercosud, cui
il Venezuela si è associato e in cui più di Lula, che sta dando segni di
inquietudine da egemonismo brasiliano messo in crisi dalla più forte e
vincente radicalità bolivariana, ma in sintonia con Kirchner e con i grandi
movimenti in Bolivia, Uruguay, Ecuador (dove oggi, al tradimento del finto
indio Lucio Guiterrez si è risposto con la creazione di un Movimento
Bolivariano dell'Ecuador che raccoglie tutta la lotta di massa di questi
anni), Chavez e i suoi vedono la chiave per opporre al moloch del Nord uno
schieramento in grado di fare da solo, meglio, con una sovranità rafforzata
dall'integrazione. E' ovviamente l'unica via. Ci fosse un Chavez nel mondo
arabo... C'erano. Ma li hanno saputi stroncare. Avrebbero provato a
stroncare anche questo non fosse per tre carte invincibili che lui ha in
mano: la coscienza politica matura e irreversibile delle masse popolari
aderenti al processo rivoluzionario, oggi ribadita con il nono voto in 6
anni, ma anche con la prontezza di occupare la piazza contro la penetrazione
anche del più perfido scarafaggio (chiedendo scusa al povero animaletto) e,
se necessario,di difendersi con ogni mezzo necessario da pezzi di
pseudumanità "pronti - come dice Chavez - a tutto"; il successo in un
lavoro, disconosciuto dai masturbatori soloni della nostra sinistra, nelle
forze armate, perseguito per tutti gli anni'80 in clandestine campagne che
brandivano i testi di Lenin e di Gramsci, approfondito nel corso di questi
anni di rivoluzione vittoriosa facendo affluire nell'esercito le facce
cappuccino forte o leggero degli indios e dei meticci, mutando di un corpo,
identificato da sempre con la reazione e la conservazione, l'ideologia e le
lealtà, il senso della nazione, il mandante e destinatario delle proprie
responsabilità. E poi Cuba. Senza Cuba resistente e vittoriosa a dispetto di
tutto, a che cosa si sarebbero potute attaccare le masse nel momento della
repressione, a quale cima annaspata tra gli scogli, nel momento in cui da
tutte le fonti di rumore non venivano che inganni, sozzura, menzogna?
Sono stati tre giorni di festa, dopo l'incredibile prova di domenica, in cui
si è resistito a tutto, alle fandonie del pomeriggio di una valanga
oligarchica, al CD che falsificava la voce di Francisco Carrasquero,
presidente del CNE (Comitato Elettorale Nazionale) e gli faceva dire, alle
presunte ore 20, che i Sì alla revoca avevano vinto; alle aggressioni
omicide che volevano impedire il voto nei quartieri proletari e nei ranchos
del riscatto in marcia; a 25 ore di attesa nella fredda alba tropicale,
nella canicola spaccasassi del mezzogiorno, nell'estenuante prolungarsi
dell'orario di voto, dalle 16 alle 18, no,alle 20, alle 24, fino a quando
c'è ancora un votante. E si è finito alle tre, con la più bassa percentuale
di non votanti della storia di questo paese. E la festa ha sollevato a mezzo
cielo mezza città, quel cielo rojo che aveva auspicato Chavez parlando
davanti ai milioni della domenica prima. Si è
come levato in alto un'enorme creatura rossa, magliette rosse, berretti e
baschi rossi, fazzoletti rossi, bandiere rosse, palloncini rossi, fuochi
d'artificio rossi. La spina dorsale era quell'Avenida Urduneda che nasce
tre i piedi del Palacio Miraflores, dove governa il presidente, e fluisce
enormizzata dalla folla fino all'estremo occidentale della città proletaria,
con i suoi laghi rossi a Plaza Bolivar, in faccia al municipio del sindaco
golpista (la sua polizia, milizia privata dell'oligarchia, come tutte le
altre, è rimasta consegnata in caserma per tutta la giornata referendaria),
in Plaza Candelaria, dove si suona, si balla, si canta (non ricordo altre
rivoluzioni cantate come questa, Manu Chao sarà anche simpatico e benvenuto,
ma qui la musica, come nella lotta irlandese, nasce dal basso)...
Sarò, mi consenta, irriverente, ma forse no, dato che credo che tutti gli
esseri viventi siano rivestiti di pari dignità, basta mettersi nei loro
piedi. E che la folla che si sbracciava, agitava tutti i pezzi di corpo
agitabili e anche quelli non agitabili lungo Avenida Urduneda, in Avenida
Bolivar, in Avenida del Mexico, rideva, rideva, rideva, poi esplodeva in
urli sconnessi, ti guardava, si guardava con amore, riconoscendosi, si
faceva passare nei visi bagliori di memorie desolate, torti inenarrabili
subiti nei secoli, tosto dissipati da un altro giro di danza, abbraccio,
capriola: Uh-Ah - Chavez no se va, El pueblo unido...No volveran (non
torneranno). L'irriverenza sta nell'accostamento che m'è venuto con il mio
bassotto Nando, quando rientro a casa dopo prolungate e sofferte da entrambi
distanze. Sono momenti di incontinente follia dove l'esplosione emotiva di
felicità si deve per forza contrastare con un sentimento contrario, che
ristabilisca un limite, giustificato o no. E allora tra i baci,
scodinzolamenti furiosi, contorcimenti, andarivieni a scatto, ecco che
irrompe il ringhio, per non uscir di testa, per restare nei binari della
ragione, per una possibilità di equilibrio. Poi tutto si addolcisce, il
bacio più lento, il ringhio che diventa brontolìo, la tenera
collisione-collusione. Così in Avenida Urduneda, all'ombra di un capo che
non si adora perchè è il capo del Grande Partito, depositario e mandatario
delle nostre speranze (ragazzi, le fregature dal '44 in poi!), ma di un capo
che è noi, che ha la faccia nostra, che noi teniamo in piedi e che a noi
traccia la strada che insieme stiamo costruendo.E' uno di cui ci si fida e
cui si vuole bene. Un sacco di bene. Penso a Ho Ci Min, a Fidel, più che al
Che, anche se quel Che lì è qui onnipresente, scultura nera sul rosso di
sconfinati tessuti, perchè il cinismo è da noi lontano come la Casa Bianca
dalla foresta della Bolivia.
Un tassista con cui pettinavo le lunghissime colonne di donne, uomini,
vecchi, bambini al seguito, seggiolini, muriccioli affastellati come da
gabbiani, ombrelli antisole in marcia verso il diritto a dire la propria
parola decisiva, mi ha fulminato come Socrate poteva aver fatto con
Alcibiade, la saggezza dell'ovvietà assoluta. "Questa non è come le solite -
mi ha detto -, questa è una guerra tra ricchi e poveri". Poteva anche dire:
tra sfruttati e sfruttatori, tra capitale e lavoro, tra oppressi e
oppressori, tra imperialismo e sovranità, tra borghesia e proletariato, ma
era un tassista del Venezuela e il suo capo ama Gramsci. Non c'entra, o
forse sì. Che tristezza, che meraviglia, compagni. Da noi la guerra vera,
quella tra ricchi e poveri, quella di classe, se la sono bevuta, forse
proprio da quel '44 in poi. Collateralisti piú o meno consapevoli ci hanno
confuso nelle "moltitudini" dell'Impero, nella clausura dei municipalismi
partecipati e, nel capitalismo, senza il becco di un quattrino da
partecipare. A farci delle gran pippe, mentre altrove si accoppiavano. Ma
che forse è una guerra tra ricchi e poveri quella tra Fassino, corredato di
un Bertinotti qualsiasi, e Berlusconi, tra Amato e Montezemolo, tra Kerry e
Bush, tra laburisti e tories, tra Chirac e PSF? Ci hanno tolto la guerra,
altro che la violenza. La guerra vera, quella che in un modo o nell'altro
avremmo vinto, e l'hanno rimpiazzata con le sciabolate e mazzate finte tra
pupi. Con noi,
gli altri, quelli che conterebbero davvero e davvero dovrebbero battersi,
alla finestra, anzi, nel sottoscala, anzi alle bocche di lupo.
Che bravo quel tassista, che bravi questi venezuelani, che bella questa
rivoluzione!
DA CARACAS, FULVIO GRIMALDI: "UN'ALTRA RIVOLUZIONE E' POSSIBILE"
Ha vinto otto votazioni nazionali tra il 1998 e oggi. In sei anni ha
rovesciato come un guanto un paese predato per mezzo secolo da
un'oligarchia
mafiosa rappresentante meno del 10% della popolazione, ma in controllo
dell'80% della ricchezza nazionale. Per la prima volta dai tempi di Simon
Bolivar, le masse popolari non solo sono rappresentate al potere, ma sono
il potere. Ha recuperato i valori e il messaggio anticolonialista e
unitario
di Bolivar e quello antifeudale e antirazzista di Ezequiel Zamora. In sei
anni
ha dato ( si parla sempre di lui insieme alla sua squadra di dirigenti
marxisti, castristi, gramsciani, bolivariani) al paese una legislazione che
nessun paese del Terzo Mondo, a parte Iraq e Cuba, si sono mai sognati: sul
lavoro, sulla previdenza sociale, sulla donna, sull'infanzia e adolescenza,
sugli anziani, sull'ambiente, sulla salute, sulla scuola, sulla terra, sul
risanamento urbanistico, sugli animali, sull'amministrazione pubblica,
altro
che quel protoleghista di Bassanini.... Ha bonificato, fin dagli anni '80,
operando all'interno delle forze armate, il mondo militare che, dai tempi
delle guerre napoleoniche ha sempre costituito l'unica possibilita´di
contropotere rispetto all'oligarchia terrateniente e compradora, ma che,
proprio poer questo, e`stata sempre tenuto in ostaggio dalla destra e
dall'imperialismo spagnolo, portoghese, britannico, statunitense. Ha
sostituito i quadri creoli dell'esercito con quadri indigeni e meticci
tratti dai settori popolari, ha fatto della Guardia Nazionale un esercito
del popolo sul modello della Rivoluzione francese, della Comune,
dell'Armata
Rossa. Cacciando una banda di ladroni e sostituendoli con personale
rivoluzionario, ha recuperato alla proprieta´del popolo (qui da intendersi
come proletariato urbano e rurale, ceto impegatizio, piccola e media
impresa
in conflitto con l'economia colonialista e compradora) la massima impresa
del paese, la PDVSA, un ente di Stato sostanzialmente privatizzato dai suoi
dirigenti che erano arivati a lasciare allo Stato la miseria del 17% dei
proventi petroliferi, mentre il resto veniva investito in societa´dagli
stessi dirigenti costituiti con partners stranieri in paradisi fiscali.
Ha saputo organizzare capillarmente le masse con una serie di strumenti di
quadri e di campagne di emancipazione, come la Missione Robinson che ha
alfabetizzato chi non lo era, la missione Barrio Adentro per il risanamento
dei quartieri e la diffusione di centri sanitari che hanno raggiunto 12
milioni di persone, la missione Ribas, che ha recuperato alla maturitá e al
diploma decine di migliaia di costretti all'abbandono scolastico, la
riforma
agraria che ha distribuito ai contadini 700 milioni di ettari sottrati al
latifondo, la riforma della proprietà urbana che a migliaia di inquilini ha
dato la proprietà di una casa costruita "abusivamente" su terreni
abusivamente appropriati dai coloni e dai creoli. Ha dato alla comunità
india, in parte ferma a 10.000 fa, dignità, riconoscimento di valori, usi,
costumi, ma anche inclusione e partecipazione, emancipazione. Cose che il
subcomandante Marcos e gli accordi di S. Andres non si sono neppure
sognati.
Avreste dovuto vedere il Comando Maisanta con le sue pattuglie elettorali
di
militanti che diffondevano ovunque con parola e materiali le istruzioni e
condizioni della votazione. Attraversando il paese dal Caribe alle Andre e
dai llanos della pianura alla selva tropicale dell'Orinoco ho assistito
alla
guerra tra i grandi media, tutti in mano all'oligarchia filo-yankee che
sputavanmo veleno e menzogne e, dall'altra parte, la comunicazione dei
proletari: i graffiti, le fanzine, le radio e tv comunitarie, i manifesti,
"Uh, ah - Chavez no se va", "Chavez amigo - el pueblo sta con tigo", "El
pueblo unido- jamas serà vencido" e poi tante canzoni nuove. Questa è uina
rivoluzione che, come tutte quelle vere (ricordiamoci del '68, dei canti
del
lavoro del primo Novecento) cantano e, mentre la borghesia creola, bianca
con qualche servile aggregato meticcio, manifesta con carovane di
fuoristrada da imbecilli esibizionisti, strepitanti e puzzolenti, il popolo
marcia cantando, ballando e tutto vestito di rosso. Il giorno della
vittoria
sarà la "Mision Roja", con un cielo che dovrà farsi rosso, ha detto
Chavez,
da un orizzonte all'altro a forza di palloncini e bandiere, spesso con il
volto del Che.
Tutto questo non poteva non far imbestialire i padroni del mondo e i loro
camerieri locali. E dunque golpe di aprile, serrata e sabotaggio economico
di dicembre-gennaio, campagna terroristica con 20 omicidi questa primavera,
raccolta fasulla di firme per un referendum consultivo a febbraio,
ovviamente illegale e annullato, raccolta di firme per il revocatorio che
arriva a 3 milioni e mezzo, ma la meta´sono manifestamente false e in parte
vengano recuperate con il "reparo" voluto da quegli osservatori "neutrali"
che sono gli ex- presidenti del Centro Carter e i personaggi tipo Gaviria
(ex-presidente colombiano) dell'OSA (Organizzazione degli Stati Americani)
e
a cui Chavez, pro bono pacis e per non giustificare la canea che lo accusa
di autoritarismo, ha fatto buon viso a carttivo gioco.
Tutti i sondaggi, tutto quello che per la prima volta è stato fatto per
masse da sempre fuorigioco, depone a favore di una vittortia a valanga di
Chavez. Non fosse per questi osservatori, che già al tempo della raccolta
di
firme hanno dovuto essere ripresi perchè si erano lasciati andare a
valutazioni politiche. Non fosse soprattutto per la gestione del voto
elettronico da parte della CANTV, società privata nazionale delle
telecomunicazioni che l'oligarchia compradora aveva venduto a una grossa
multinazionale statunitense. E' come se Colannino dovesse sovrintendere a
una votazione sulla sua sopravvivenza. Da mesi i golpisti e Washington
tuonano all'unisono contro i brogli e le frodi che si "verificheranno". Se
la vittoria di Chavez non e`a valanga, o almeno non rispetta l'ultimo
sondaggio statunitense di un 53% contro un 45%, si scatenerà la canea dei
brogli. E le strade di Caracas e del paese si riempiranno di provocatori,
utili idioti, difensori della giustizia e della rivoluzione e, dunque, di
sangue. E' la soluziopne B elaborata dall'ufficiale pagatore
dell'oligarchia
fascista, Roger Noriega, sottosegretario al Dipartimento di Stato USA per
l'America Latina. Insurrezione, coas, stragi, necessita´di intervento
pacificatore. Insomma una vecchia Jugoslavia, un nuovo Sudan. In
alternativa
c'è anche la soluzione C. C come Colombia. Ogni volta che sono venuto qui
in
questi due anni si sono succedute le provocazioni di Uribe al confine.
Infiltrazioni massicce di paramilitari delle AUC, guidate spesso da alti
ufficiali delle FFAA colombiane, che bruciano villaggi, massacrano
contadini, a volte cercano di dar vita, invano per ora, a Autodefensas
Unidarie Venezuelane. Creare destabilizzazione, mirare al distacco dello
Stato confinante colombiano di Zulia, un oceano di idrocarburi ambito dei
petrolieri di Bush, attraverso la costituzione di un governo provvosorio
democratico di salvezza nazionale che invochi l'aiuto dell' associazione a
delinquere denominata "Comunità internazionale". L'innescso sembra abbia
dovuto essere quel manipolo di 133 paramilitari colombiani, ora sotto
processo, guidati da due alti ufficiali delle FFAA di Bogotà, arrestati a
marzo in una fattoria di proprietà del solito cubano di Miami, con tanto di
piani per asasassinare Chavez e costituire un governo di salvezza
nazionale.
In ogni caso, come ha detto Chavez nell'immensa manifestazione di domenica
scorsa, questa non sará la battaglia definitiva. Poi dovrà esserci
"l'approfondimento della rivoluzione", le pattuglie elettorali che si
trasformano in pattuglie sociali, un capitalismo da sradicare dato che,
come
ha ancora detto il presidente, non è possibile umanizzarlo. I modelli, ha
ribadito, sono tanti: c'è Cuba, c'è Gramsci, c'è Mao, ci sono Bolivar e il
combattente contro il feudalesimo Ezequiel Zamora, c'è moltissimo una
tradizione ecopolitica e comunitaria india. Già ho visto arricciarsi i nasi
dei puristi delle nostre parti. Di quelli che cianciano di populismi, di
estrazione militare (come fosse una tara aver lavorato dagli anni '80 per
spostare a sinistra l'unica forza di massa organizzata del paese e poi aver
sostituito le bianche facce dei cadaveri non sepolti in uniforme con il
bronzo di giovani volti indios.
I giorni dopo il referendum saranno decisivi più del referendum.
L'imperialismo e i suoi sicofanti fascisti non accetteranno l'ennesima
sconfitta da parte di una rivoluzione che ha resistito a tutto, che li ha
sconfitti quattro volte e che per il mondo indioafrolatino, anzi per il
mondo intero rappresenta l'alternativa concreta, possibile. Altro che
riformismo, muncipalismo, disobbedienze. Un'altra rivoluzione è possibile.
Intollerabile per i padroni e mistificatori orrendi di professione come i
nostri D'Alema, con il loro patrimonio di servilimo e di vittime innocenti
massacrati nelle varie guerre. Verra´purtroppo un momento in cui tutto
l'incredibile impegno democratico di questo presidente, la sua autentica
democrazia partecipativa (che e`condivisione di potere decisionale e
istituzionale a tutti i livelli, non cicaleggio inoffensivo, seppure
disobbediente, su minipercentuali del bilancio) non basteranno a fermare
l'assalto oligarchico-imperialista. Questo è il quinto produttore mondiale
del sangue del capitalismo, il terzo fornitore -peraltro ineccepibile e
preciso, nonostante lo schieramento incondizionato dalla parte di tutti gli
Stati Canaglia e i rapporti privilegiati con Cina, Russia, Iran, Cuba -
figuriamoci se gli lasciano restare al potere le masse popolari. E allora
questo popolo tutto in rosso, che si appresta a festeggiare luned¡ con la
"Mision Cielo Rojo" - palloncini rossi da un orizzonte all'altro -
dovra´difendere la dignità, la sopravvivenza, il diritto, il potere
conquistati in altro modo. Davvero una partita epocale per l'umanità:
rivoluzione o rassegnazione, e per il pianeta: vita o morte. Vedremo cosa
diranno allora gli attuali sostenitori di Chavez, alla Bertinotti e alla
Gennaro Migliore (non fate caso al cognome), quelli a cui menifestamente
oggi sfugge l'abisso che separa la rivoluzione bolivariana dal governismo
inciucista con i "riformisti" mafio-massoni cui si apprestano a dar credito
e culi.
Noi ci saremo. Loro?
Fulvio Grimaldi, Caracas, 14.8.04
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